Articolo tratto dal numero di ottobre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Tra vincoli normativi come Dora, Nis2 e AI Act e tensioni geopolitiche che ridisegnano gli equilibri tecnologici globali, le imprese europee — e quelle italiane in particolare — stanno riscoprendo un concetto che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente al linguaggio della geopolitica: la sovranità digitale. Non si tratta più di un tema per addetti ai lavori, ma di una priorità che entra ormai stabilmente nei consigli di amministrazione, accanto a concetti quali crescita e sicurezza.
Il rischio, però, è fraintendere l’obiettivo. Spinti dall’urgenza normativa, molti C-level rischiano di scambiare una dipendenza con un’altra: passano dagli hyperscaler globali a un fornitore ‘sovrano’ locale, convinti di aver risolto il problema, mentre in realtà si sono semplicemente vincolati a un nuovo, unico interlocutore. È quello che nella multinazionale del software Red Hat definiscono ‘il paradosso della sovranità’: più si cerca la sicurezza attraverso la chiusura, più si rischia di perdere la flessibilità che rende un’organizzazione davvero competitiva.
La vera sovranità aziendale, spiegano da Red Hat, non coincide con l’autarchia tecnologica. Riguarda piuttosto la capacità di controllare dati, infrastrutture e processi senza dipendere in modo esclusivo da un singolo vendor, una singola regione o un unico stack tecnologico. Se la propria infrastruttura ‘sovrana’ impedisce di cambiare fornitore o di spostare un carico di lavoro altrove, la sovranità non è stata raggiunta: è stata solo trasferita.
I tre pilastri dell’autonomia secondo Red Hat Italia
Per l’Italia il tema ha una rilevanza particolare. “In un mondo sempre più interconnesso, la sovranità digitale ha smesso di essere un principio astratto per diventare una priorità strategica per governi, aziende e cittadini”, osserva Fabio Grassini, regional enterprise sales director di Red Hat Italia. “Per il nostro Paese, da sempre crocevia geopolitico, affermare questa autonomia significa costruire innovazione, sicurezza e competitività, non erigere muri che isolino dall’innovazione globale”.
Secondo Grassini, la sovranità digitale si gioca su tre piani che si intrecciano tra loro: la protezione dei dati e della privacy, la resilienza delle infrastrutture critiche e la capacità di alimentare innovazione e occupazione qualificata sul territorio. “Si tratta di puntare a una globalizzazione più equilibrata, in cui l’Europa partecipi da una posizione di forza”, aggiunge.
Open source e cloud ibrido aperto: gli abilitatori tecnologici
È qui che entra in gioco l’open source, indicato da Red Hat come principale abilitatore di una sovranità autentica. Un software il cui codice può essere letto, verificato e modificato da chiunque elimina l’opacità delle soluzioni proprietarie e riduce il rischio che meccanismi indesiderati — backdoor, kill switch, blocchi imposti da normative estere — condizionino l’operatività di un’azienda. Nessun governo o fornitore può rivendicarne la proprietà esclusiva, perché la community che lo sviluppa è per definizione globale e distribuita.
Su questa base tecnologica si innesta l’architettura che, secondo Red Hat, meglio traduce in pratica il concetto di sovranità: il cloud ibrido aperto. Un approccio che consente a imprese e pubbliche amministrazioni di mantenere i dati più sensibili in infrastrutture proprie o in cloud privati, sfruttando al tempo stesso l’agilità del cloud pubblico per i carichi meno critici. Non un aut-aut tra controllo e innovazione, ma la possibilità di scegliere, caso per caso, dove e come far girare ogni applicazione.
Il “test della landing zone”
Per essere credibile, questa strategia deve tenere insieme tre elementi: il controllo effettivo su dove risiedono i dati e su chi vi accede, una conformità normativa progettata fin dall’inizio — non aggiunta a posteriori — rispetto a framework come Dora, Nis2 e AI Act, e infine la portabilità dei carichi di lavoro tra ambienti on-premise, hyperscaler e cloud regionali senza dover riscrivere applicazioni o modelli. È il cosiddetto ‘test della landing zone’: se le policy di sicurezza funzionano solo su un’infrastruttura, la sovranità resta parziale.
Le imprese italiane che oggi investono in questa direzione — dal settore bancario alla pubblica amministrazione, fino alle telecomunicazioni — stanno già sperimentando soluzioni di cloud sovrano capaci di coniugare i requisiti più stringenti di localizzazione con la scalabilità tipica del cloud pubblico. Un percorso che, come ricorda Grassini, “non è una meta definita, ma un percorso continuo”, fatto di investimenti nel talento, collaborazione tra pubblico e privato e comunità open source.
La sovranità digitale non va trattata come un esercizio di compliance da spuntare, ma come una filosofia progettuale. Le scelte fatte oggi su architetture e fornitori determineranno se la regolamentazione europea diventerà un freno all’innovazione o un reale vantaggio competitivo per le imprese del continente.
L’articolo Il paradosso della sovranità digitale: perché l’autarchia tecnologica rischia di frenare le imprese è tratto da Forbes Italia.