Contenuto tratto dal numero di settembre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
A cura di Cristiano Magaletti, avvocato e artist manager
C’era una volta l’artigiano sonoro, colui che con chitarra, pianoforte e strumenti vari tentava di comporre la musica, accanto all’artista che sceglieva il suono e scriveva il testo. Oggi tutto è cambiato. C’è una verità scomoda che l’industria discografica non vuole accettare, impegnata com’è a erigere barricate legali che sanno di vecchio: l’orecchio umano non è nostalgico. Vuole solo grandi canzoni. E l’intelligenza artificiale le scrive meglio, più velocemente e con una varietà combinatoria che nessun cervello biologico potrà mai eguagliare.
Ascoltare i discorsi apocalittici dei puristi della musica ricorda da vicino i lamenti dei fotografi che non credevano si potesse editare una foto con un telefonino. Oggi c’è una nuova figura nel mondo musicale: il programmatore di prompt. Non è un ladro di creatività, ma il direttore d’orchestra del XXI secolo. Dove un compositore tradizionale impiega mesi, tra blocco dello scrittore, sessioni di registrazione costose e infiniti compromessi in studio, il cyber compositore cura dati, modella l’algoritmo, seleziona i parametri e forgia l’estetica.
Chi dice che “manca il cuore” confonde l’ego dell’artista con la qualità dell’opera. Il pubblico che balla in discoteca o che si emoziona ascoltando una colonna sonora in cuffia non chiede la carta d’identità di chi ha premuto i tasti; risponde a uno stimolo sonoro. Se lo stimolo è perfetto, l’origine diventa irrilevante. L’ostinazione della legge nel voler proteggere solo l’apporto umano non fermerà l’evoluzione: renderà semplicemente il diritto d’autore un concetto obsoleto. Se il mondo si muove verso la musica fluida e infinita, sono le leggi a dover cedere il passo, non la tecnologia.
Ed ecco i primi timidi tentativi legali sparsi nel mondo, che a oggi hanno solo portato a un corto circuito legale con guerre del copyright. Negli Stati Uniti, nel giugno 2024 la Riaa (l’associazione che rappresenta i colossi della musica Sony Music, Universal Music Group e Warner Records) ha intentato due enormi cause federali contro due delle più famose piattaforme di generazione musicale: Suno AI e Udio AI. Com’è finita? Nessuna sentenza, ma un semplice accordo stragiudiziale con cui le major hanno costretto le piattaforme a diventare partner paganti per poter usare i loro cataloghi in modo legale.
Anche il caso ‘Fake Drake’ e la clonazione vocale hanno avuto eco nel mondo. Qui l’oggetto era il caso della canzone Heart on My Sleeve (aprile 2023), creata dall’utente anonimo Ghostwriter, che utilizzava l’IA per clonare alla perfezione le voci di Drake e The Weeknd. Il brano è stato semplicemente rimosso da Spotify, Apple Music e YouTube in poche ore.
In sintesi: se oggi si provasse a registrare alla Siae un brano ammettendo che è stato generato al 100% da un’IA, senza alcun apporto creativo o di scrittura umano, il deposito verrebbe respinto. Se invece nascessero dispute per plagio o utilizzo non autorizzato, i tribunali italiani andrebbero a verificare quanta ‘impronta umana’ c’è dietro la generazione del file. Proprio qui si consuma il corto circuito logico e normativo del diritto moderno.
La legge non vieta la tecnologia: tutela da decenni brani infarciti di elettronica, auto-tune, campionatori e algoritmi di assistenza. Se un produttore usa un software per quantizzare a tempo la batteria o farsi suggerire un giro di accordi da un plugin, per lo Stato quella rimane ‘opera dell’ingegno umano con supporto lecito’ (copyright sì). Ma se lo stesso software compie un passo in più e genera la linea melodica finale tramite un prompt, la traccia diventa improvvisamente ‘sostituzione dell’umano’ e perde ogni diritto (copyright no). È una linea di demarcazione puramente ideologica.
Nella produzione moderna uomo e macchina sono già fusi insieme: vietare il copyright solo perché l’algoritmo ha fatto ‘troppo lavoro’ significa non capire che l’arte si misura con il controllo della visione, non con il sudore della fronte. Si applica un iter tecnico-forense spietato. Il giudice nomina un consulente tecnico d’ufficio. La prima mossa è la caccia al watermarking: l’AI Act europeo impone alle piattaforme di marcare gli output con frequenze non percepibili dall’orecchio, ma leggibili dai software.
Infine, si passa alla prova regina: l’analisi della daw (digital audio workstation, i software per la produzione musicale come Logic o Ableton). Un produttore umano ha la ‘storia’ del brano (file Midi, errori di registrazione, tracce separate). Il brano fatto con l’IA ha solo un file definitivo, privo di passato. Se non puoi mostrare l’archeologia digitale del tuo brano, la tutela evapora. Questo dovrebbe essere il prezzo del bluff o del nuovo business.
Sul piano penale, depositare un brano in Siae dichiarando il falso sotto la propria responsabilità configura il reato di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico (art. 483 c.p.), punibile con la reclusione fino a due anni. Sul piano commerciale, vendere quel brano a un brand o a un regista d’animazione tacendo la sua natura artificiale apre le porte alla denuncia per truffa aggravata (art. 640 c.p.) e all’immediata risoluzione del contratto per dolo.
Dal punto di vista economico, il castello di carte crolla in poche settimane tramite tre sbarramenti. Il primo è il blocco d’urgenza: la controparte ottiene un provvedimento cautelare (ex art. 700 c.p.c.) che ordina la rimozione del brano da tutti gli store in pochi giorni. Poi c’è il congelamento dei fondi: Spotify e i distributori digitali (come DistroKid o TuneCore) mettono in hold il conto dell’artista. I soldi generati dagli streaming si accumulano, ma sono bloccati. Se perdi la causa, quei soldi vanno a risarcire la controparte. Infine c’è la scure del ban: le piattaforme di streaming, da soggetti privati quali sono, applicano algoritmi di AI detection e buttano giù la traccia entro 48 ore per violazione dei propri termini di servizio, senza aspettare i tempi dei tribunali.
Il vero programmatore di IA non ha bisogno di mentire, né di cercare la vecchia ed egoistica tutela del copyright. Accetta che il brano puro sia di pubblico dominio e sposta il modello di business più in alto. Le major discografiche hanno terrore dell’IA perché democratizza la produzione e azzera il valore dei loro cataloghi feudali. Il programmatore del futuro non vende una canzone statica per incassare le royalty della Siae: vende il sistema. Vende codice, vende algoritmi addestrati e calibrati per generare colonne sonore adattive e infinite in tempo reale per videogiochi, app e multinazionali.
Mentre gli avvocati tradizionali passano gli anni a scannarsi su cosa sia legalmente umano, il mercato sta già ballando musica sintetica. I tentativi della legge di fermare l’onda sono solo una clessidra che si svuota: la musica umana ha fatto la storia, il programmatore e la sua IA stanno scrivendo il futuro.
L’articolo L’IA può creare una canzone in pochi secondi, ma il diritto non sa ancora chi sia l’autore è tratto da Forbes Italia.