6 Ottobre 2026

Il Purpose non è più una dichiarazione: nell’era dell’IA deve diventare una bussola

Che cosa succede quando la tecnologia diventa più veloce della capacità delle organizzazioni di decidere dove vogliono andare?

È questa la domanda che ha attraversato il Purpose Day 2026, andato in scena il primo ottobre al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano e dedicato al tema Driving Technology to Shape Meaningful Futures. Un interrogativo particolarmente rilevante mentre l’intelligenza artificiale sta trasformando processi, competenze, modelli organizzativi e modalità decisionali.

L’evento ha riunito manager, imprenditori, accademici e protagonisti della creatività, tra cui Charles Conn, presidente di Patagonia; Melissa Ferretti Peretti, vice president e country manager di Google Italy; Mauro Porcini, presidente e chief design officer di Samsung; Rebecca Henderson, John & Natty McArthur University Professor di Harvard University e Mario Cucinella, fondatore e direttore creativo di Mca – Mario Cucinella Architects.

Forbes Italia, media partner dell’iniziativa, ha seguito il confronto, concentrato su una tensione destinata a diventare sempre più strategica per il business: da una parte la capacità della tecnologia di ampliare ciò che possiamo fare, dall’altra la necessità di decidere che cosa valga davvero la pena fare.

È qui che il Purpose cambia natura. Non è più soltanto una dichiarazione o un esercizio di posizionamento. Diventa un criterio con cui scegliere.

Il Purpose non è un freno all’innovazione, ma ciò che permette di innovare con intenzione

Il tema è emerso con particolare forza dalla ricerca dell’Osservatorio Purpose in Action di Polimi School of Management, presentata da Josip Kotlar, professore ordinario di strategia, innovazione e family business e co-direttore scientifico dell’Osservatorio, insieme a Chiara Pantalena, lead researcher dell’Osservatorio.

Il problema, ancora prima dell’adozione della tecnologia, è la distanza tra il Purpose dichiarato e quello realmente utilizzato per prendere decisioni.

“Per le imprese italiane il Purpose non è più un problema di definizione, ma di attuazione, e l’intelligenza artificiale rende questo passaggio urgente”, ha spiegato Kotlar.

La domanda, dunque, non è più soltanto quale sia il “perché” di un’azienda, ma se quel perché riesca davvero a orientare investimenti, tecnologie, processi e persone.

Il paradosso è evidente: la tecnologia è già entrata nelle organizzazioni, mentre governance, competenze e responsabilità fanno più fatica a seguirla.

Nel mondo dell’IA, alcune attività che fino a ieri rappresentavano il valore distintivo del lavoro umano possono essere progressivamente automatizzate o potenziate. Ma questo non significa che l’essere umano perda centralità: significa che la sua centralità cambia.

I dati presentati al Purpose Day indicano che, tra le competenze considerate necessarie nell’era delle organizzazioni agentiche, quelle tecniche rappresentano il 48%, seguite dal pensiero critico e dalla capacità di valutare le decisioni automatizzate, al 44%. Se le macchine possono fornire un numero crescente di risposte, il valore del leader si sposta quindi verso la capacità di formulare le domande giuste, definire i confini e assumersi la responsabilità delle scelte.

Un principio che trova un’applicazione concreta anche nel mondo del lavoro. Fabrizio Rotondi, vice president e country manager italy di workday, ha sintetizzato così una delle conseguenze più importanti dell’automazione: “Il tempo liberato è un output. Non è ancora un outcome”.

L’IA può infatti liberare tempo, ma quel tempo diventa valore solo se viene utilizzato per innovare, creare, apprendere, costruire nuove relazioni o sviluppare nuove opportunità. Altrimenti, l’efficienza rischia di diventare fine a sé stessa.

La domanda introdotta dal Purpose è allora semplice: per che cosa vogliamo usare questa capacità?

La prospettiva di Paola Castellacci, ceo e president di Adiacent, va nella stessa direzione: “Il Purpose offre una direzione chiara: aiuta a capire perché adottare l’IA, dove applicarla e quale valore vogliamo generare”.

In questa prospettiva, il Purpose non è un freno all’innovazione, ma ciò che permette di innovare con intenzione.

Il titolo del Purpose Day “Driving Technology to Shape Meaningful Futures” sintetizza proprio questo cambio di prospettiva. Il futuro non è soltanto qualcosa da prevedere: è qualcosa da progettare.

E se la tecnologia amplia il perimetro delle possibilità, il Purpose contribuisce a scegliere quali trasformare in realtà.

Per le imprese significa ripensare il Purpose non come un esercizio di comunicazione, ma come un’infrastruttura decisionale: deve entrare nella governance dell’innovazione, nella selezione dei progetti, nella progettazione del lavoro e nella misurazione del valore prodotto.

In un’epoca in cui l’IA può accelerare quasi ogni processo, la domanda strategica non sarà quindi soltanto quanto velocemente possiamo farlo?

Sarà dove vogliamo andare? E, soprattutto, perché?

Perché se la tecnologia è destinata a diventare sempre più potente, la vera capacità strategica non sarà soltanto quella di usarla. Sarà quella di darle una direzione.

Ed è proprio lì che il Purpose smette di essere una dichiarazione e diventa una bussola.

L’articolo Il Purpose non è più una dichiarazione: nell’era dell’IA deve diventare una bussola è tratto da Forbes Italia.