Essere tra le donne più ricche del mondo non significa necessariamente essere anche tra quelle con la reputazione più forte. È il punto da cui parte il nuovo AI Reputation Index (Airi) di Cogit AI per Forbes Italia, dedicato alla leadership femminile e costruito analizzando le dieci donne con i patrimoni più elevati al mondo secondo la rilevazione Forbes all’1 marzo 2026.
Il risultato mette a confronto due classifiche che seguono logiche diverse. Da una parte c’è la ricchezza, che determina il campione preso in esame. Dall’altra la reputazione, valutata attraverso sei dimensioni: competenza e risultati, integrità e governance, impatto sociale, leadership verso gli stakeholder, trasparenza e accountability e resilienza reputazionale.
A guidare l’Airi è Françoise Bettencourt Meyers, con 84,5 punti su 100, nonostante sia seconda nella classifica dei patrimoni con 100 miliardi di dollari. Alle sue spalle si posizionano Abigail Johnson, con 84 punti, e Alice Walton, con 83,9. Walton è invece la donna più ricca del campione, con un patrimonio stimato da Forbes in 134 miliardi di dollari.
Quando la reputazione non segue il patrimonio
La distanza tra le due graduatorie è uno degli elementi centrali dell’analisi. Le prime tre donne per ricchezza – Alice Walton, Françoise Bettencourt Meyers e Julia Koch – concentrano complessivamente 315,2 miliardi di dollari, oltre la metà dei 604,4 miliardi attribuiti alle dieci donne considerate.
Ma la concentrazione patrimoniale non si trasferisce automaticamente sul piano reputazionale. Il caso più evidente è quello di Julia Koch, terza per patrimonio con 81,2 miliardi di dollari ma ottava nell’Airi con 81,6 punti. Secondo il report, pesano positivamente le evidenze legate alla filantropia sanitaria, mentre risultano meno documentate la leadership operativa personale e la trasparenza della holding familiare.
Il percorso opposto è quello di Abigail Johnson. Nona per patrimonio, con 33,2 miliardi di dollari, raggiunge il secondo posto reputazionale. A sostenerne il risultato sono soprattutto la continuità della leadership operativa, l’innovazione e il ruolo istituzionale.
Bettencourt Meyers conquista invece la prima posizione grazie a una combinazione di stewardship di lungo periodo nel consiglio di L’Oréal, continuità della proprietà e attività filantropica strutturata e documentata.
Le sei dimensioni della reputazione
Il modello Airi attribuisce il peso maggiore alla competenza e ai risultati, che valgono il 25% della valutazione. Seguono integrità e governance e impatto sociale, entrambe al 20%, leadership verso gli stakeholder al 15%, trasparenza e accountability e resilienza reputazionale al 10% ciascuna.
La scala è volutamente compressa: i risultati finali possono oscillare tra 70 e 90 punti. Per questo differenze di pochi decimi non rappresentano necessariamente distanze sostanziali tra i profili. L’obiettivo è osservare la combinazione delle diverse componenti della reputazione, anziché trasformare scarti minimi in gerarchie nette.
Dopo le prime tre posizioni, la classifica vede Iris Fontbona a 82,9 punti, Rafaela Aponte-Diamant a 82,7, Miriam Adelson a 82,5 e Jacqueline Mars a 82,1. Chiudono Julia Koch con 81,6, Savitri Jindal con 80,8 e Zheng Shuliang con 80,6.
L’Airi non è però un giudizio sulle qualità morali delle persone analizzate né una valutazione finanziaria o legale. Il modello sintetizza evidenze pubbliche e, sul fronte della governance, distingue la responsabilità personale dalle controversie o dai procedimenti che interessano le società riconducibili ai diversi patrimoni.
Il divario tra presenza e potere
Dalla classifica individuale, il report allarga l’analisi a un problema più strutturale: la presenza femminile è aumentata negli ultimi decenni, ma la crescita rallenta quando ci si avvicina ai ruoli con maggiore potere decisionale.
Nei board delle società Fortune 500 la quota di donne è passata dal 9,6% del 1995 al 30,4% del 2023. Tra gli amministratori delegati, nello stesso arco temporale, è salita dallo zero al 10,6%. Il rapporto tra le due percentuali finali è quindi di quasi tre a uno: la presenza femminile negli organi di supervisione si è normalizzata molto più rapidamente rispetto alla guida operativa delle aziende.
Una dinamica che emerge anche dalla pipeline professionale analizzata attraverso i dati LinkedIn inclusi nel World Economic Forum 2026. Le donne rappresentano il 46% a livello entry, ma scendono al 23% nella C-suite e al 19% tra i ceo.
Il collo di bottiglia, secondo il report, non riguarda quindi soltanto l’ingresso nelle organizzazioni. Riguarda la capacità di trasformare quella presenza in autorità stabile su capitale, prodotto, strategia e conto economico. Senza responsabilità esercitate nel tempo diventa anche più difficile costruire una storia decisionale riconoscibile e, di conseguenza, una reputazione di leadership.
Il peso della rappresentazione e dell’opinione pubblica
A questo si aggiunge quello che il report definisce “carico simbolico”. Quando le donne restano minoritarie nelle posizioni di vertice, il giudizio sulla singola leader tende più facilmente a estendersi alla categoria che rappresenta. Un successo può diventare una dimostrazione della possibilità di accesso al potere, mentre un fallimento rischia di essere interpretato attraverso stereotipi più generali sulla leadership femminile.
Il fenomeno emerge anche fuori dalle aziende. Nel 2026 le donne occupano il 27,4% dei seggi parlamentari a livello globale, il 22,4% dei ministeri e il 19,9% delle presidenze di camera e senato considerate dall’analisi. La distanza non riguarda quindi soltanto la rappresentanza numerica, ma il livello di autorità associato alle diverse posizioni.
Il quadro diventa ancora più complesso osservando l’opinione pubblica. Secondo i dati Ipsos riportati nel report, raccolti su 23.268 adulti in 29 Paesi, il 60% ritiene che le cose funzionerebbero meglio con un maggior numero di donne in posizioni di responsabilità.
Allo stesso tempo, il 52% considera gli sforzi per raggiungere la parità già sufficientemente avanzati. E il 52% degli uomini, contro il 36% delle donne, ritiene che la promozione dell’uguaglianza finisca per discriminare gli uomini. Il consenso verso una maggiore presenza femminile convive quindi con una crescente percezione che il percorso verso l’uguaglianza sia sostanzialmente concluso.
La prossima sfida sarà l’intelligenza artificiale
È nell’economia dell’IA che, secondo il report, potrebbe giocarsi una parte importante della prossima fase. Anche qui il divario è già visibile: le donne rappresentano il 26% delle assunzioni nel settore IA negli Stati Uniti e appena il 13% della C-suite delle aziende di intelligenza artificiale. Sul fronte delle competenze IA, la quota indicata è del 9% tra le donne contro il 15% tra gli uomini.
Cogit AI individua tre elementi determinanti per evitare che il nuovo ciclo tecnologico replichi gli squilibri della old economy: controllo, quindi responsabilità effettiva su capitale, modelli e regole; trasparenza, attraverso decisioni e risultati verificabili; e protezione, intesa come capacità delle organizzazioni di prevenire e gestire minacce e manipolazioni.
Il punto centrale dell’AI Reputation Index emerge così proprio dalla distanza tra le due classifiche iniziali. La ricchezza può determinare la dimensione del patrimonio e l’accesso al capitale, ma non produce automaticamente reputazione. Quella si costruisce nel tempo attraverso risultati, governance, impatto, trasparenza e capacità di esercitare un’autorità riconoscibile. Ed è proprio su questo passaggio – dalla presenza all’autorità – che si gioca oggi una parte importante della leadership femminile.
L’articolo Essere tra le 10 donne più ricche non basta: ecco le miliardarie con la reputazione più forte è tratto da Forbes Italia.