Contenuto tratto dal numero di luglio di Forbes Italia. Abbonati!
Per anni il dibattito sulla sostenibilità sanitaria si è concentrato soprattutto sul costo dell’innovazione. Quanto vale una nuova terapia? Quanto può migliorare gli esiti clinici? Quale beneficio offre rispetto alle soluzioni esistenti? Domande fondamentali, ma che oggi rischiano di non essere più sufficienti. La crescente diffusione delle patologie croniche sta imponendo una riflessione diversa: una terapia può essere considerata davvero innovativa se il paziente fatica a seguirla nel tempo o vive lo stigma nel prenderla? In altre parole, il valore di un farmaco coincide esclusivamente con la sua efficacia clinica o comprende anche la sua capacità di adattarsi alla vita delle persone?
Secondo Vincenzo Palermo, presidente e amministratore delegato di ViiV Healthcare Italia e membro del board di Assobiotec, è proprio qui che si gioca la partita della sostenibilità sanitaria dei prossimi anni. “Continuiamo a misurare il valore dell’innovazione sulla base di criteri indispensabili, come bisogno terapeutico, beneficio incrementale e robustezza delle evidenze, ma questo descrive soprattutto un potenziale. La sostenibilità vera si verifica quando una terapia diventa accessibile grazie alla rimborsabilità e realmente seguita nel tempo”.
Il tema riguarda l’intero sistema salute. Se una cura dimostra risultati eccellenti negli studi clinici ma incontra difficoltà nella pratica quotidiana, parte del suo valore rischia di andare disperso. Per questo motivo, secondo Palermo, è necessario ampliare il concetto stesso di innovazione, includendo la fruibilità terapeutica tra gli elementi che determinano il successo di un trattamento. “Oggi non ci possiamo più limitare a domandarci se una terapia funzioni in condizioni ideali; dobbiamo chiederci se riesca davvero a funzionare nella vita quotidiana delle persone”.
Il punto di osservazione privilegiato per comprendere questa trasformazione è l’Hiv. Poche aree terapeutiche hanno conosciuto un’evoluzione così radicale. Dall’inizio dell’epidemia negli anni Ottanta a oggi, i progressi della ricerca hanno trasformato una malattia un tempo associata a prospettive drammatiche in una condizione cronica gestibile. Grazie alle terapie antiretrovirali, le persone che convivono con l’Hiv potrebbero oggi raggiungere un’aspettativa di vita comparabile a quella della popolazione generale.
Eppure, anche in un contesto caratterizzato da trattamenti altamente efficaci, l’aderenza terapeutica continua a rappresentare una sfida centrale: almeno il 38% riporta aderenza subottimale alla terapia orale giornaliera.
“L’aderenza è il punto in cui la qualità della ricerca incontra i risultati del mondo reale”, osserva Palermo. “Nelle patologie croniche, e nell’Hiv in modo emblematico, anche terapie molto efficaci possono perdere parte del loro valore se non vengono seguite con continuità”. La questione non riguarda soltanto il singolo paziente. Una ridotta aderenza può compromettere gli esiti clinici, aumentare la pressione sul sistema sanitario e, nel caso delle malattie infettive, produrre effetti che si estendono all’intera collettività. È per questo che Palermo invita a considerarla una variabile strategica della sostenibilità sanitaria: “Senza aderenza si riduce l’efficacia, si disperde valore e si indebolisce l’impatto dell’innovazione”.
In questa prospettiva acquista un’importanza crescente anche la modalità di somministrazione delle cure. Non più soltanto un aspetto tecnico, ma un fattore che può incidere direttamente sulla continuità terapeutica. Negli ultimi anni l’innovazione nell’ambito Hiv ha portato allo sviluppo delle cosiddette terapie long acting, formulate per ridurre la frequenza delle somministrazioni e alleggerire il peso della gestione quotidiana della malattia. Oggi queste soluzioni rappresentano una delle principali direttrici di sviluppo della ricerca nel settore. “La modalità di somministrazione incide direttamente sulla possibilità che una terapia venga davvero seguita. Non è un dettaglio tecnico: è una leva strategica che influenza aderenza, persistenza terapeutica e, di conseguenza, impatto clinico ed epidemiologico”.
Per Palermo, il valore delle terapie long acting va oltre il progresso farmacologico. Rappresenta piuttosto un cambio di paradigma nella presa in carico del paziente. “Ridurre la dipendenza dal gesto quotidiano significa alleggerire il carico della cronicità e avvicinarsi in modo importante all’idea di cura”.
L’esperienza maturata nell’Hiv offre oggi indicazioni che possono essere applicate anche ad altre aree della medicina cronica. La lezione non riguarda soltanto i farmaci, ma l’intero percorso assistenziale. “L’Hiv ci insegna che l’innovazione più utile è quella che non si limita a migliorare un farmaco, ma ripensa l’intero percorso di cura: accesso, semplicità d’uso, continuità terapeutica e attenzione ai bisogni reali della persona”. Una visione che si inserisce nella più ampia prospettiva One Health, dove paziente, sistema sanitario e società vengono considerati parti di un unico ecosistema.
In questo scenario la sostenibilità non può più essere misurata solo in termini economici o attraverso indicatori clinici isolati, ma deve tenere conto del valore complessivo generato da una terapia. “La sostenibilità sanitaria del futuro dovrà valutare il valore prodotto per il paziente, per il sistema e per la società”, dice Palermo. “La vera sfida sarà trasformare il potenziale dell’innovazione in benefici concreti e duraturi nella vita delle persone”. Questa, forse, è la nuova frontiera della sanità: non soltanto sviluppare cure migliori, ma renderle realmente parte della quotidianità di chi ne ha bisogno.
L’articolo La vera innovazione sanitaria? Terapie che si adattano alla vita delle persone è tratto da Forbes Italia.