L’aumento dei costi dell’energia, il calo della fiducia di famiglie e imprese e la risalita dei tassi sovrani sono i primi effetti economici della guerra. È quanto emerge dall’analisi Congiuntura Flash del Centro studi di Confindustria, che evidenzia come il persistere di prezzi elevati del petrolio, nonostante la fragile tregua in Medio Oriente, stia già producendo ricadute sull’economia italiana.
L’analisi di Confindustria
Ad aprile il petrolio si è attestato in media a 102 dollari al barile, in aumento rispetto ai 99 di marzo e ben al di sopra dei 62 di dicembre. Il gas, pur in lieve calo a 48 euro/MWh dopo i picchi di marzo (53), è rimasto su livelli quasi doppi rispetto a fine 2025. A incidere è anche il cambio euro-dollaro, fermo a 1,16, che non contribuisce ad attenuare i rincari energetici per l’Eurozona.
Parallelamente, la guerra ha innescato una risalita dei tassi sovrani europei. In Italia il rendimento è salito al 4,02% dal 3,36% di fine febbraio, con dinamiche simili in Francia e Germania. Una tendenza che si riflette anche sul costo del credito: il tasso per le imprese italiane è al 3,33% a febbraio ma destinato a crescere, mentre la BCE si prepara a nuovi rialzi per contrastare l’inflazione, salita al 2,5% nell’Eurozona a marzo.
Sul fronte interno, i segnali di rallentamento sono diffusi. La fiducia delle famiglie è in calo e anticipa una possibile frenata dei consumi, già visibile nelle vendite al dettaglio (-0,2% a febbraio) e nella crescita contenuta degli acquisti di auto. Il rischio è un aumento del risparmio precauzionale, che potrebbe comprimere ulteriormente la domanda nel corso dell’anno.
Anche l’industria mostra segnali di debolezza. La produzione cresce solo marginalmente a febbraio (+0,1%) e nel trimestre accumula una flessione dello 0,5%. Gli indicatori PMI restano sopra la soglia di espansione, ma sono sostenuti anche da accumuli di scorte in chiave preventiva. Peggiorano invece le attese sulla produzione, segnalando un clima di maggiore incertezza.
Il rallentamento coinvolge anche i servizi, che avevano iniziato il 2026 in accelerazione. A marzo l’indice PMI di settore scende in area recessiva (48,8), riflettendo un calo della domanda, mentre peggiorano le aspettative sugli ordini.
In controtendenza gli investimenti, che nel primo trimestre mostrano segnali di tenuta grazie al sostegno delle risorse del Pnrr. La fiducia nelle costruzioni cresce per il secondo mese consecutivo, trainata dalle attese sull’occupazione, mentre resta stabile quella delle imprese produttrici di beni strumentali.
Sul fronte estero, l’export italiano registra un recupero a febbraio (+2,2%), trainato soprattutto dagli Stati Uniti. Tuttavia, l’introduzione di nuovi dazi e le tensioni geopolitiche mettono a rischio i flussi verso alcune aree strategiche, in particolare i Paesi del Golfo, che valgono circa 22 miliardi di euro, oltre a forniture critiche come alluminio e fertilizzanti.
Il punto di vista delle imprese
Per le imprese italiane, il rincaro dei costi rappresenta il principale effetto della guerra in Medio Oriente: energia, trasporti e materie prime sono le criticità più rilevanti. In testa resta il costo dell’energia, seguito da logistica e input produttivi, mentre in caso di conflitto prolungato aumentano anche i timori legati alle difficoltà di approvvigionamento.
Sul fronte economico, le stime indicano un forte aggravio per le imprese: circa 7 miliardi di euro in più nel 2026 se il conflitto si chiude a metà anno, fino a 21 miliardi in caso di guerra prolungata. In questo scenario, il peso dei costi energetici tornerebbe su livelli critici, con effetti negativi sulla competitività dell’industria italiana.
L’articolo Guerra e caro energia: fino a 21 miliardi di costi in più per le imprese italiane è tratto da Forbes Italia.