Dalla conversione del vino sfuso alla ricerca sulle singole parcelle: la famiglia Cusumano ha costruito la propria crescita attraverso vigneti di proprietà, investimenti pazienti e una visione contemporanea dell’identità territoriale. Sull’Etna, il progetto Alta Mora rappresenta oggi la sintesi più avanzata di questo percorso. Nel vino, la leadership visionaria si misura raramente nella capacità di anticipare una singola tendenza. Conta piuttosto la coerenza con cui un’impresa riesce a prendere decisioni complesse, sostenerle nel tempo e trasformarle in un’identità riconoscibile.
La storia recente di Cusumano segue questa traiettoria. Quando Diego e Alberto Cusumano assumono la guida dell’azienda di famiglia all’inizio degli anni Duemila, la produzione è ancora in larga parte orientata verso il vino sfuso e dipende anche dall’acquisto di uve. La decisione strategica è radicale: costruire un portafoglio di vini imbottigliati fondato progressivamente sulla proprietà e sul controllo diretto dei vigneti.
È un cambiamento che richiede capitale, competenze e una prospettiva di lungo periodo. Oggi Cusumano dispone di oltre 500 ettari vitati distribuiti in territori differenti della Sicilia; fonti recenti indicano una superficie di circa 534 ettari tra Partinico, Monreale, Butera e l’Etna. La produzione si colloca nell’ordine di alcuni milioni di bottiglie, sostenuta prevalentemente dalle uve coltivate direttamente dall’azienda. La crescita, però, rappresenta soltanto una parte del progetto. Il vero elemento distintivo è il modo in cui questa scala è stata organizzata.
Una Sicilia plurale
Cusumano ha interpretato la Sicilia come un insieme di ecosistemi viticoli, evitando di ridurla a un’unica immagine mediterranea. Le cinque tenute aziendali attraversano altitudini, esposizioni e condizioni pedoclimatiche differenti: Ficuzza, a Piana degli Albanesi, raggiunge i 700 metri; San Giacomo si trova sulle colline di Butera; Presti e Pegni e Monte Pietroso occupano aree diverse del territorio di Monreale; San Carlo rappresenta il nucleo storico di Partinico.
La diversificazione geografica diventa così una forma di gestione del rischio, ma anche uno strumento di posizionamento. Ogni vino nasce da un luogo individuato in funzione del risultato stilistico desiderato.
Già nei primi anni Duemila, nella tenuta di Ficuzza, l’azienda avvia un lavoro di microzonazione particolarmente dettagliato: circa 180 ettari vengono suddivisi in 62 microzone, studiate separatamente per comprendere come suolo, quota, esposizione e disponibilità idrica influenzino il comportamento delle varietà. Lo stesso vitigno, coltivato a breve distanza, può infatti maturare in tempi differenti e produrre vini con strutture profondamente diverse.
È un approccio che combina cultura agricola e metodo manageriale. La complessità viene analizzata, codificata e trasformata in un portafoglio leggibile.
La complementarità della famiglia e il ruolo di Mario Ronco
La leadership Cusumano si fonda anche sulla complementarità delle competenze. Diego ha assunto nel tempo un ruolo centrale nella visione strategica, nello sviluppo commerciale e nella costruzione del brand; Alberto ha seguito più direttamente l’area produttiva e tecnica.
Accanto alla famiglia opera da oltre venticinque anni l’enologo piemontese Mario Ronco, formatosi alla Scuola Enologica di Alba e successivamente nello studio di Donato Lanati. La collaborazione con Cusumano nasce nel 2000, proprio nel momento in cui l’azienda decide di passare da una produzione prevalentemente sfusa a un modello fondato su vigneti di proprietà e vini capaci di esprimere un’origine precisa.
Il contributo di Ronco supera la consulenza enologica tradizionale. Riguarda la progettazione dei vigneti, la gestione delle parcelle, l’organizzazione delle vendemmie e la possibilità di vinificare separatamente numerosi lotti. La cantina di Partinico è stata riorganizzata con centinaia di recipienti di dimensioni contenute proprio per mantenere distinta la produzione delle singole microzone e costruire selezioni sempre più precise.
La relazione tra famiglia ed enologo appare quindi come una vera governance tecnica: la proprietà stabilisce la direzione, mentre la ricerca agronomica ed enologica fornisce continuità e profondità alle scelte.
Alta Mora: l’investimento sull’Etna
L’Etna rappresenta il punto di arrivo naturale di questa filosofia. Nel 2013 la famiglia acquisisce circa 44 ettari sul vulcano, dando vita ad Alta Mora. Circa la metà delle superfici è allevata ad alberello e oltre metà del patrimonio vitato è destinata alle varietà bianche. Le proprietà comprendono vigneti nelle contrade Guardiola, Feudo di Mezzo, Solicchiata, Verzella, Pietramarina e Arrigo, con altitudini che raggiungono i 900-1.000 metri. A Guardiola si conservano anche parcelle a piede franco e vigne prefillossera, testimonianza di un patrimonio genetico e agricolo sempre più raro.
Qui la microzonazione assume una dimensione estrema. Pochi minuti di distanza possono tradursi in differenze di vendemmia di quindici giorni, per effetto delle diverse colate laviche, dell’altitudine, dell’esposizione e dei microclimi.
La cantina Alta Mora, costruita in parte sottoterra e integrata nella roccia vulcanica, sfrutta l’isolamento naturale per mantenere stabili temperatura e umidità. Lava, cocciopesto ed energia da biomasse contribuiscono a ridurre l’impatto energetico e a inserire l’edificio nel paesaggio. L’azienda possiede inoltre le certificazioni di sostenibilità SOStain e Viva.
Anche in vigna l’approccio è pragmatico. La difesa fitosanitaria viene gestita attraverso monitoraggio, prevenzione agronomica e interventi limitati alle reali necessità. La sostenibilità diventa così un sistema di gestione, oltre che un elemento di comunicazione.
Arrigo e il valore dell’attesa
Il nuovo Etna Bianco Arrigo sintetizza la fase più recente della ricerca Cusumano. La contrada si trova sul versante nord-est, nel territorio di Linguaglossa, a circa 610 metri di altitudine. I vigneti guardano il mare e sono attraversati dalle correnti provenienti dalla costa di Taormina.
Il suolo nasce da una colata lavica del 1180 ed è composto da sabbie vulcaniche, pietre laviche e una quantità significativa di sostanza organica. Durante la primavera trattiene l’acqua e favorisce una certa vigoria della vite; con il procedere dell’estate, la minore disponibilità idrica modera naturalmente la crescita vegetativa e orienta le risorse verso la maturazione del Carricante.
Arrigo debutta con la vendemmia 2022, prodotta inizialmente da una parcella di 0,7 ettari in poco meno di 3.900 bottiglie. Il progetto si sta ora estendendo all’interno dei circa nove ettari disponibili nella contrada.
Anche la vinificazione riflette la volontà di costruire un’identità proprietaria. In collaborazione con il Crea di Asti sono stati isolati e selezionati lieviti ecotipici provenienti dai vigneti aziendali, creando una popolazione fermentativa riconducibile allo stesso ambiente in cui nasce l’uva. Nel caso di Arrigo, la macerazione prosegue fino al termine della fermentazione in acciaio, a temperatura contenuta; la fermentazione malolattica contribuisce ad ampliare densità e profondità senza cancellare la componente salina.
Il 2023 mostra un profilo profumato e stratificato, con richiami d’incenso, frutto maturo e una struttura densa, vibrante e salina. È un Carricante progettato per evolvere, più concentrato rispetto all’Etna Bianco aziendale e costruito attorno alla lunghezza del palato.
La prova del tempo
Una degustazione verticale permette di comprendere come l’Etna sia diventato per Cusumano un laboratorio sulla longevità. L’Etna Bianco 2015, nato da un’annata fresca e regolare, conserva energia, densità e un lungo finale, con note balsamiche e di erba medica. Il 2018 TYME – Thank You Mother Etna, affinato ulteriormente in bottiglia nelle cantine aziendali, unisce erbe, albicocca e freschezza ancora giovanile.
Nei rossi, la differenza tra le contrade appare progressivamente più leggibile. Feudo di Mezzo tende verso profili floreali, speziati e talvolta più immediati; Guardiola mostra maggiore densità e una struttura tannica lineare. Il Guardiola 2021, con frutto rosso, energia, succosità e tannini vellutati, rappresenta uno degli esiti più completi del percorso.
Anche le vinificazioni più recenti indicano una progressiva riduzione dell’intervento estrattivo. L’Etna Rosso 2024 appare succoso, fresco e attraversato da tannini setosi, mentre nei campioni 2025 il frutto acquista profondità. A Guardiola, l’impiego parziale del cappello sommerso punta soprattutto ad allungare il palato; la parcella prefillossera di Trefiletti aggiunge sfumature mentolate e tannini sottili.
Dalla bottiglia all’esperienza
La fase successiva della strategia Cusumano riguarda l’ospitalità. In contrada Arrigo sono già presenti sei suite e l’azienda ha annunciato il progetto di ampliare la struttura attraverso un piccolo borgo immerso nei vigneti, ispirato all’architettura dei bagli siciliani. È un’evoluzione coerente con il posizionamento costruito negli ultimi venticinque anni. La proprietà dei vigneti genera il vino; il vino rende riconoscibile il territorio; il territorio diventa esperienza culturale e turistica.
La visione della famiglia Cusumano consiste proprio in questa capacità di collegare agricoltura, ricerca, marca e ospitalità. Una leadership fondata sulla pazienza degli investimenti e sulla convinzione che l’identità, nel vino, rappresenti un capitale economico.
Alta Mora ne è oggi l’espressione più ambiziosa: un progetto iniziato quando il successo internazionale dell’Etna era ancora lontano dall’attuale maturità e sviluppato attraverso acquisizioni, recupero dei terrazzamenti, selezione delle parcelle e ricerca microbiologica.
La crescita di Cusumano dimostra così che la dimensione aziendale e la precisione artigianale possono convivere quando la complessità viene governata. Il risultato è un’impresa capace di produrre volumi significativi e, contemporaneamente, vini provenienti da meno di un ettaro. Una Sicilia ampia nella scala, ma sempre più precisa nella sua rappresentazione.
L’articolo Come una famiglia siciliana ha costruito un impero vinicolo partendo dal vino sfuso è tratto da Forbes Italia.