C’è un paradosso che attraversa l’agroalimentare italiano. Le imprese crescono, esportano, investono in tecnologia, e poi restano ferme davanti a una casella vuota nell’organigramma: il tecnico specializzato che sappia leggere un’analisi di laboratorio, gestire una certificazione di qualità, seguire una filiera dal campo allo scaffale. Lo cercano, non lo trovano, e quando lo trovano se lo contendono.
ITS Academy, attiva da quindici anni, ha la soluzione: istituti di formazione terziaria professionalizzante, due anni dopo il diploma, un diploma di specializzazione riconosciuto in Europa.
Il Pnrr ci ha messo 1,5 miliardi di euro, e il risultato si vede nei numeri: gli iscritti sono passati da circa 11.000 nel 2021 a quasi 41.000 nell’ultimo triennio, superando ampiamente l’obiettivo di raddoppio fissato dal Piano. Il monitoraggio Indire indica che oltre l’ottanta per cento dei diplomati trova lavoro entro un anno dal titolo, e più di nove su dieci in un impiego coerente con quanto ha studiato. Eppure, a chiedere a un imprenditore che cosa sia un ITS, la risposta più frequente resta un’alzata di spalle. “È il nostro vero problema”, dice Francesco Casillo, presidente della Fondazione ITS Academy AgriPuglia e amministratore delegato del gruppo molitorio di Corato. “Abbiamo costruito uno strumento che funziona e che non costa nulla né alle famiglie né alle imprese, e metà del Paese non sa che esiste”.
Il fabbisogno reale delle aziende del comparto agroalimentare
Francesco Casillo
È esattamente su questo divario che le fondazioni ITS Academy del comparto agroalimentare hanno deciso di muoversi insieme. Riunite nella rete AgrITS, che tiene in relazione gli istituti tecnologici superiori della filiera agroalimentare lungo la Penisola, hanno costruito un programma nazionale di orientamento: “Filiere di Futuro — Orientare al lavoro attraverso l’incontro tra ITS Academy, imprese, famiglie e territori”. Lo promuove la Fondazione ITS Academy AgriPuglia in partenariato con l’Istituto Tecnico Superiore Filiera Agroalimentare della Sardegna e con l’ITS Academy Agroalimentare Teramo, nell’ambito della Missione 4 del Pnrr dedicata allo sviluppo della formazione terziaria professionalizzante.
La fondazione che Casillo presiede da quasi tre anni ha sede a Locorotondo, in provincia di Bari, ma non è una scuola con un indirizzo: i corsi per il biennio 2026-28 si svolgeranno a Corato, Altamura, Bari, Andria, Gravina, Rutigliano, Palagiano, Foggia. In quindici anni ha realizzato un centinaio di percorsi e diplomato circa 680 tecnici.
Il punto di partenza, spiega Casillo, non è mai un programma ministeriale. «I corsi nascono da un’analisi del fabbisogno reale delle aziende del settore: quali competenze non si trovano sul mercato, oggi, in questo territorio. Poi si costruisce il percorso». E parte il racconto: innovazione della filiera cerealicola, applicazioni delle farine nelle produzioni alimentari, filiera olivicola-olearia, certificazioni di qualità, analisi di laboratorio, marketing digitale agroalimentare, trading di materie prime agricole.
Il percorso si svolge in azienda
Il biennio 2026-2028 propone undici percorsi, per un totale di 1.800 ore: 800 in aula e in laboratorio, 1.000 di stage in azienda a partire dal primo anno. Più della metà del tempo, cioè, si passa dove poi si andrà a lavorare: in azienda. La legge chiede che almeno il sessanta per cento dei docenti provenga dal mondo del lavoro: qui sono tecnici e manager delle imprese del territorio.
È questo il meccanismo che produce l’87% di occupati registrato dall’istituto. “Il ragazzo entra in azienda mentre studia. Lo vedono lavorare, lo formano, lo conoscono. Quando finisce il percorso non è un curriculum, è una persona che sa già cosa sa fare”, dice Casillo. Le imprese che hanno ospitato o assunto i suoi studenti sono tra i nomi che l’agroalimentare pugliese esporta nel mondo: Casillo, Riscossa, Muraglia, Granoro, Maffei, Levante, Caroli.
Una soluzione da usare di più: l’apprendistato
Accanto allo stage c’è uno strumento che le aziende conoscono anche meno del canale stesso. La legge 99/2022, che ha riformato il sistema, prevede espressamente che i percorsi ITS possano svolgersi in regime di apprendistato di alta formazione e ricerca: l’impresa assume il giovane con un contratto di lavoro a tutti gli effetti, e il biennio di formazione diventa parte del rapporto, sulla base di un piano formativo concordato con la fondazione e di un tutor aziendale. L’azienda, in altri termini, non aspetta due anni il tecnico che le serve: lo assume subito e lo forma mentre lavora, con le agevolazioni retributive e contributive che la legge riconosce a questa forma contrattuale.
Al termine del percorso l’inserimento può proseguire con un apprendistato professionalizzante, che resta la forma più diffusa di ingresso stabile per gli under 30 e consente di completare la qualificazione sul mestiere secondo il contratto collettivo applicato.
Non è però una procedura da improvvisare. La fondazione affianca le imprese che vogliono percorrere questa strada, dalla definizione del piano formativo alla gestione degli adempimenti. “Ho trovato una scuola pensata come un prolungamento dell’università e l’ho ribaltata: qui gli studenti e le imprese sono i nostri clienti, e noi stiamo al loro servizio. Il primo anno l’ho passato a fare porta a porta dai colleghi imprenditori, per far conoscere loro una scuola che ancora non sapevano di avere”, ha continuato Casillo.
L’importanza dei lavori tecnici
“Non c’è nessuna contrapposizione con l’università: sono due strade diverse, entrambe serie, e chi ha la vocazione per la ricerca deve seguirla. Il punto è che in Italia la seconda strada quasi non esiste, mentre in Germania centinaia di migliaia di giovani la scelgono ogni anno”. Il suo appello, dice, è rivolto prima alle famiglie che ai ragazzi: “I lavori tecnici non sono lavori di serie B, né per reddito né per dignità. Un tecnico specializzato oggi non lo trovi, e te lo contendi con le altre aziende”.
Alle imprese chiede invece di smettere di considerare la formazione un costo differibile. “La competizione internazionale è durissima. Giro il mondo e vedo Paesi che partono da molto più lontano di noi investire moltissimo in competenze tecniche: hanno ragazzi preparatissimi, che studiano, si aggiornano, parlano tutti inglese. Non possiamo cullarci sui risultati che l’agroalimentare pugliese ha raggiunto. Per continuare a innovare serve personale specializzato, e nessuna azienda può più permettersi di formare un tecnico da zero in due o tre anni”.
Le iscrizioni al biennio 2026-2028 sono aperte fino al 20 ottobre: possono candidarsi i maggiorenni con un diploma di scuola superiore o un titolo IFTS, anche chi è già laureato, e i posti sono limitati. L’offerta formativa è finanziata integralmente fino a esaurimento dei fondi ministeriali. Prima di scegliere si può parlare con un orientatore, senza impegno: informazioni e contatti su agribusiness.school. Le imprese interessate all’apprendistato o a ospitare un percorso possono usare gli stessi recapiti.
L’articolo 1.000 ore in azienda e 87% di occupati: così gli ITS formano i tecnici che mancano all’agroalimentare è tratto da Forbes Italia.