21 Agosto 2026

Il Vietnam può diventare l’alternativa alla Cina per le terre rare

Contenuto tratto dal numero di agosto 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Nel 1787 Carl Axel Arrhenius, ufficiale svedese in forza agli scavi di Ytterby, nell’arcipelago di Stoccolma, scoprì un minerale fino ad allora sconosciuto. Cinque anni dopo il chimico finlandese Johan Gadolin lo chiamò ‘gadolinite’. Da allora è partita la ricerca e la scoperta dei 17 elementi chimici oggi noti come ‘terre rare’. Le grandi potenze, a partire da Cina e Stati Uniti, hanno scatenato una corsa planetaria per accaparrarsele. Pechino al momento appare in vantaggio, perché possiede le maggiori riserve al mondo e detiene il 60% dell’estrazione globale e il 90% della raffinazione.

Il secondo paese al mondo per riserve di terre rare, secondo lo Us Geological Survey, è il Vietnam, con 22 milioni di tonnellate sui 130 milioni di tonnellate conosciuti. Hanoi, però, ha un deficit sul fronte del capitale umano e delle competenze ingegneristiche necessarie per estrarle e raffinarle. Nelle terre rare, la cosa più difficile e costosa è passare dal potenziale al prodotto finale. La Cina oggi ne lavora circa 240mila tonnellate all’anno, contro le poco più di quattromila del Vietnam. Gli Stati Uniti, che importano quasi il 70% delle terre rare dalla Cina, insieme ad Australia, Corea del Sud e Giappone vogliono emanciparsi da questa dipendenza e vedono nel Vietnam un fornitore alternativo meno ingombrante e non ostile. Il governo vietnamita ha pianificato di arrivare a estrarre due milioni di tonnellate di terre rare l’anno dal più grande sito minerario del paese, Dong Pao, entro il 2030. In questo modo Hanoi potrebbe fare da fornitore alternativo nei magneti permanenti, di cui la Cina detiene il 92% della produzione globale.

La strategia del bambù

Il Vietnam, però, deve stare attento a non inimicarsi Pechino, perché la Cina è il principale mercato di esportazione per i suoi prodotti agricoli, ittici e forestali. Hanoi copre il 22,5% del mercato cinese di frutta e verdura, pari a circa 5,5 miliardi di dollari. Per di più nel 2025 l’interscambio tra i due paesi ha raggiunto i 290 miliardi di dollari e nel primo trimestre 2026 ha segnato un’ulteriore crescita del 37%. Hanoi mette in atto, in politica estera, la cosiddetta ‘strategia del bambù’: mantenere radici salde nei valori ideologici e nella difesa dello stato socialista, ma avere steli e rami flessibili per adattarsi al mutevole contesto internazionale. Una prova di questa strategia è l’accordo commerciale con l’India, che dovrebbe portare gli scambi commerciali tra i due paesi da 16 a 25 miliardi di dollari annui entro il 2030.

I rapporti con l’amministrazione Trump non erano partiti nel migliore dei modi. Nel Liberation Day dell’aprile 2025 il presidente statunitense aveva minacciato dazi fino al 46% contro il Vietnam. Nell’estate 2025, però, i due paesi hanno trovato un accordo per dazi al 20% sull’export vietnamita e zero sulle importazioni americane in Vietnam. Un’intesa fondamentale per Hanoi, che da anni è tra i primi dieci partner commerciali degli Usa. Inoltre, il Vietnam necessiterà di sempre maggiori investimenti americani per creare e sviluppare una valida supply chain delle terre rare. Cosa che sarà possibile solo con il supporto finanziario e di capitale umano qualificato degli Stati Uniti e degli altri paesi occidentali, che hanno interesse a creare un hub di estrazione e produzione alternativo alla Cina.

Questione di equilibrio

Questo settore sarà primario, poi, per far entrare il Vietnam nel club dei paesi a reddito alto. Nel 2011 Hanoi ha raggiunto il livello di paese a reddito medio, e le persone in povertà assoluta sono passate da 12 a 5 milioni tra il 2010 e il 2020. Il prossimo passaggio programmato dal governo è raggiungere lo status di paese a reddito alto entro il 2045. Il Vietnam beneficerebbe della nascente industria delle terre rare come è avvenuto in precedenza con la strategia ‘China+1’, che ha portato molte multinazionali occidentali a spostare dalla Cina al Vietnam gli stabilimenti produttivi.

Solo attraendo investimenti in settori ad alto valore aggiunto il governo riuscirà nei suoi obiettivi. Hanoi, perciò, dovrà mantenersi in equilibrio tra Usa e Cina, come già sta facendo a livello militare, rifiutando alleanze formali e non accogliendo basi militari straniere sul proprio territorio. Non sarà facile, perché da una parte non può scontentare la Cina – suo principale partner commerciale e mercato di esportazione, con l’export che rappresenta l’80% del Pil -, dall’altra deve scendere a compromessi con gli Usa non solo per gli attuali rapporti commerciali, ma soprattutto per gli investimenti futuri necessari per diventare una potenza delle terre rare.

Le sfide del Vietnam

Il paese ha davanti a sé anche altre due grandi sfide: l’esposizione agli effetti del riscaldamento globale e l’elevata dipendenza dagli idrocarburi del Golfo Persico. Per quanto riguarda il clima, il Vietnam è esposto a tifoni, innalzamento dei mari e intrusione di acqua salata nel Mekong. Inoltre, l’estrazione delle terre rare potrebbe peggiorare la situazione a livello ambientale. Quanto al petrolio, Hanoi importa l’86% dal Kuwait, e dunque è stata molto danneggiata dalla guerra in Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz. Se saprà superare anche questi ostacoli, il Vietnam potrà sperare di diventare una potenza regionale e accrescere il benessere della popolazione.

L’articolo Il Vietnam può diventare l’alternativa alla Cina per le terre rare è tratto da Forbes Italia.