Contenuto tratto dal numero di gennaio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Nonostante un anno segnato da shock politici e pressioni tariffarie, l’economia globale si è mostrata resiliente nel 2025. Per il 2026 si apre uno scenario costruttivo, con l’attività economica che dovrebbe stabilizzarsi e con la crescita che, anche se in rallentamento, non dovrebbe tradursi in una contrazione. Ne parla Giovanni De Mare, ceo Italia di AllianceBernstein.
Come si muoveranno le banche centrali?
L’inflazione sta gradualmente rientrando, lasciando così alle banche centrali, Fed in particolare, lo spazio per un progressivo allentamento monetario. È comunque probabile che i tassi si mantengano su un livello strutturalmente più elevato rispetto al passato, soprattutto alla luce delle incertezze che ancora ombrano il contesto macroeconomico, come le dinamiche fiscali europee, l’evoluzione del mercato del lavoro statunitense e gli effetti dei dazi.
Cosa mettere in portafoglio, guardando in prospettiva?
Un approccio multi-asset orientato al reddito rimane adatto a un contesto che è costruttivo, ma tutt’altro che privo di rischi. Continuiamo a privilegiare gli Stati Uniti, ritenendo interessanti anche i mercati emergenti, che trattano a sconto rispetto ai mercati sviluppati e beneficiano di tassi locali più bassi, utili in miglioramento e un dollaro più debole.
E sul fronte obbligazionario?
Ci stiamo spostando verso una maggiore qualità. Le obbligazioni corporate investment grade e i titoli con rating BB restano fonti privilegiate di rendimento, mentre un contesto di crescita più moderato richiede cautela nell’andare verso le fasce di qualità più bassa del mercato.
Un segnale incoraggiante è che i titoli di Stato hanno ritrovato una correlazione negativa con gli asset rischiosi, offrendo protezione nei momenti di volatilità. In questo ambito, preferiamo le scadenze brevi o intermedie, che dovrebbero beneficiare del ciclo di tagli della Fed, evitando invece le scadenze più lunghe dove le preoccupazioni fiscali potrebbero pesare sui rendimenti.
Al centro delle dinamiche globali troviamo dunque ancora una volta gli Stati Uniti.
Sì, è un’economia che continua a mostrare una forza che smentisce anche le previsioni più pessimistiche. Anche se messa spesso in discussione, a nostro avviso, la tesi a favore dell’eccezionalismo statunitense, e di un sovrappeso sulle azioni Usa, rimane intatta. Infatti, se da un lato è vero che la concentrazione degli indici rappresenta una potenziale vulnerabilità, poiché una correzione nel segmento IA potrebbe avere effetti non solo sui listini, ma anche sulla fiducia e sulla spesa, dall’altro i fondamentali restano solidi: la crescita dei rendimenti è stata guidata dai profitti e non solo dall’espansione dei multipli, e le revisioni degli utili continuano a migliorare.
Inoltre, la Federal Reserve ha ancora munizioni sufficienti per intervenire qualora la crescita dovesse essere messa in discussione, fornendo un ulteriore supporto agli asset a stelle e strisce.
Cosa significa oggi puntare sulla qualità e proteggersi dalle fasi correttive?
Privilegiare aziende caratterizzate da una crescita stabile degli utili e bilanci solidi per affrontare la volatilità. Le valutazioni attuali, indubbiamente elevate, lasciano poco margine di errore, rendendo la selettività più importante che mai. Sul fronte obbligazionario, la duration mantiene un ruolo di diversificazione ma, in un contesto di tassi presumibilmente più alti rispetto al passato, potrebbe non rappresentare più la soluzione ‘miracolosa’ di un tempo. Pertanto, favoriamo scadenze medio-brevi e una maggiore esposizione al credito investment grade, evitando di assumere rischi eccessivi nei segmenti di qualità inferiore.
Parallelamente, manteniamo una diversificazione geografica e settoriale: guardiamo quindi con favore ad alcuni mercati emergenti, che beneficiano di un dollaro più debole, politiche monetarie più flessibili e valutazioni ancora ragionevoli. L’inserimento di azioni a bassa volatilità, infine, può contribuire a proteggere il capitale nelle fasi di correzione, senza rinunciare al potenziale di rialzo. L’obiettivo è costruire portafogli che sappiano catturare rendimento e crescita, mantenendo però una disciplina rigorosa sui fondamentali.
Molti temono la bolla IA. Paura infondata?
L’IA rimane il fulcro narrativo e finanziario del mercato attuale, ma richiede una distinzione tra l’entusiasmo speculativo momentaneo e la trasformazione strutturale in atto. Sebbene si parli di bolla, è forse più corretto affermare che siamo ancora nelle fasi iniziali di un ciclo di innovazione profondo. A differenza di quanto accaduto con le dot com, l’IA sta rispondendo a una domanda reale e immediata, sostenuta da progressi tecnologici tangibili.
I grandi hyperscaler stanno investendo in infrastrutture con capitale proprio e flussi di cassa operativi, non con leva finanziaria, e ciò dà maggiore solidità all’intero ecosistema. Permangono però aree da monitorare, come le valutazioni nei segmenti più esposti e alcune dinamiche di finanziamento nel mercato privato. La discriminante sarà la capacità dell’IA di generare incrementi misurabili di produttività. Le opportunità non riguardano solo i produttori di chip, ma l’intera filiera: infrastrutture digitali, utility chiamate a sostenere il crescente fabbisogno energetico dei data center, nonché settori come l’healthcare.
L’articolo Tra resilienza globale e tassi più alti: come preparare i portafogli al 2026 è tratto da Forbes Italia.