Contenuto tratto dal numero di settembre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Si sgretola una delle più grosse balle raccontate sul riarmo europeo, in particolare quello tedesco. E cioè che non sia una risposta legittima a minacce (l’aggressività russa, l’ambivalenza di Trump), quanto piuttosto un gigantesco piano di riconversione industriale. “Il problema non è Putin, ma la Germania che non vende più macchine”, sostengono alcuni commentatori. E così la soluzione dei governi, secondo loro, è riadattare le fabbriche: invece che pezzi di auto, sfornare carri armati e munizioni. C’è un piccolo dettaglio: i conti non tornano. Il titolo che più di tutti dovrebbe incarnare questa trasformazione – Rheinmetall, il principale produttore di armi tedesco – ha bruciato in poco più di un anno, da giugno 2025 a luglio 2026, circa il 35% del suo valore. Paradossalmente, se un investitore avesse messo soldi nelle auto avrebbe perso di meno: nello stesso periodo Bmw ha ceduto un quarto scarso, Mercedes il 9%. Poi c’è la questione di quanti tedeschi lavorino davvero alle armi. Risposta: pochi. L’industria della difesa occupa meno del 2% della forza lavoro metalmeccanica ed elettrica, lo 0,23% del totale — cifra che arriva sì e no allo 0,9% mettendoci pure i fornitori indiretti. Anche raddoppiandola o triplicandola, resterebbe poca cosa in un paese dove la manifattura impiega milioni di persone.
Il caso tedesco
I numeri non sono poi così diversi nel resto d’Europa: il piano di riarmo, che pure c’è (l’Ue quest’anno dovrebbe spendere 130 miliardi di euro in armamenti, un record, la gran parte stanziata in produttori del continente), difficilmente sarà una svolta per l’industria. Si calcola che la crescita della spesa bellica nei paesi Nato europei, a essere ottimisti, porterebbe a 500mila nuovi posti di lavoro. Un buon risultato, ma un’inezia a confronto dell’intera manifattura, che in Europa oggi vale 30 milioni di addetti. Non ha molto senso, quindi, il parallelo economico (e politico), che spesso si sente ripetere, con gli anni ‘30 del secolo scorso. L’industria bellica di allora muoveva quantità ben maggiori: alla vigilia della Seconda guerra mondiale la spesa militare della Germania superava il 14% del Pil, secondo i numeri di Our World in Data. E più di un quinto della manodopera industriale lavorava in imprese con commesse della Wehrmacht. Nel 1940, secondo le statistiche del regime, la quota superava addirittura il 50%. La Germania di oggi, invece, potrebbe spendere meno del previsto in armi tradizionali, quelle che sembrano più capaci di generare vera stazza industriale. Una lista di acquisti trapelata da una bozza del bilancio tedesco, secondo quanto riporta l’Economist, mostrerebbe un forte calo nella spesa del prossimo anno per munizioni e veicoli da combattimento.
Dai carri armati e droni
Anche altri governi stanno rivedendo i propri bilanci militari. L’Estonia, ad esempio, un paio di mesi fa ha cancellato un acquisto di carri armati, preferendo investire in droni militari. Un settore che impiega meno persone, e tendenzialmente non quelle che l’auto in crisi sta espellendo. Certo, anche nei droni c’è una dimensione di massa: l’Ucraina ne sforna milioni. Ma il valore sta nel software, in pochi ingegneri pagati bene: intelligenza artificiale, targeting, guerra elettronica, volo senza gps. Invece la scocca è spesso sacrificabile. Manca quello che l’auto e i carri armati portavano, cioè la grande base di metalmeccanica qualificata che dà lavoro a molte persone a salari decenti. E in più alimenta una filiera profonda di fornitori.
La scarsa brillantezza del titolo Rheinmetall non è un caso isolato. Gli investitori sono più freddi anche rispetto a diverse altre società europee della difesa, colpendo in particolare quelle specializzate in armi tradizionali. Tra giugno 2025 e luglio 2026, le azioni di Renk e Hensoldt, due produttori tedeschi di armamenti, e della francese Thales sono scese, rispettivamente, del 37%, del 23% e del 7%. La ceca Csg, quotata a gennaio, ha visto dimezzarsi la propria capitalizzazione. Per evitare una sorte analoga, Knds, il gruppo franco-tedesco di carri armati e munizioni, ha rinviato il previsto sbarco in Borsa, citando condizioni sfavorevoli di mercato.
LEGGI ANCHE: La storia di Michal Strnad, il nuovo signore delle armi europeo
La nuova guerra
Le difficoltà sono, grosso modo, di tre tipi. Il primo è che la natura della guerra sta in parte cambiando, e questo – lo spostamento dell’attenzione dai sistemi terrestri ai droni – non promette nulla di buono per i produttori tradizionali di armamenti. Il secondo e il terzo hanno a che fare con le lungaggini di un’industria ancora in gran parte tarata su tempi di pace. Gli impianti produttivi aumentano le capacità piuttosto lentamente. La scarsità di metalli, di prodotti chimici e propellenti creano svariati colli di bottiglia – aggravati, come si legge in un documento del Parlamento europeo, dal numero limitato di fornitori specializzati. È per questo che un contratto enorme a cui partecipava Rheinmetall è stato cancellato dal governo tedesco. Sei grosse navi da guerra, sfumate per l’impennata di costi e di ritardi nella consegna. Poi, come se non bastasse, il meccanismo spesso si inceppa a monte, per via di procedure di acquisto pubbliche lente e macchinose. L’esempio è ancora la Germania, dove il Baainbw, l’ufficio responsabile degli acquisti dell’esercito, è famigerato per burocrazia e avversione al rischio. I potenziali fornitori attendono con impazienza una decisione, già rinviata più volte, sul progetto Arminius, che prevede l’acquisto di circa tremila mezzi corazzati. Ma anche quando l’Europa prova a fare squadra non va sempre bene: ci sono stati successi, tra cui il caccia Eurofighter Typhoon, ma troppe volte gli sforzi si arenano. Come nel caso del Future Combat Air System (Fcas), un caccia di nuova generazione affiancato da sciami di droni autonomi, cui avrebbero dovuto collaborare Francia, Spagna e Germania, accantonato dopo quasi dieci anni di trattative.
Il fatturato corre più della Borsa
Detto questo, non è che il settore militare non stia crescendo. Gli ordini aumentano — la stessa Rheinmetall si aspetta di raddoppiare le commesse entro fine anno — e gli altri grandi gruppi hanno registrato fatturati in crescita. Semplicemente, non è una cavalcata così trionfale, e la Borsa che tentenna ne è la prova. I governi europei spendono di più in difesa perché la percezione della minaccia è reale, e spesso lo fanno malgrado i costi e le inefficienze della propria base industriale. Non come astuto stratagemma per risollevarla. A ciò si aggiunge che la spesa bellica non è esattamente popolare tra gli elettori. Cosa che non fa che accrescere l’incertezza su come verranno finanziati i nuovi impegni.
Questo clima pesa anche sulla britannica Bae Systems, la più grande azienda europea della difesa. La società ha un portafoglio ampio e in crescita, che comprende l’ordine di un nuovo jet in collaborazione con Italia e Giappone; eppure il titolo in Borsa è rimasto sostanzialmente piatto per gran parte dell’anno scorso. Insomma, gli armaioli tradizionali perdono smalto, o comunque sono meno rampanti. Un’altra prova: lo Stoxx Europe Aerospace & Defence, un indice delle principali aziende europee della difesa, a fine luglio era sceso del 12% rispetto al picco di inizio anno.
La nuova industria
L’entusiasmo – il ‘momentum’, come lo chiamano gli analisti di finanza – nel frattempo si sposta altrove. Brillano le startup del continente specializzate in droni e intelligenza artificiale. Helsing, fondata a Monaco di Baviera, i cui droni d’attacco sono impiegati a migliaia in Ucraina, vale 18 miliardi di dollari, cioè più di ogni altra startup dell’Europa continentale. Quantum Systems, un’altra azienda tedesca produttrice di droni, ha raggiunto una valutazione di circa 8 miliardi dopo l’ultimo round di finanziamento. I colossi della difesa si adattano, in qualche modo. Proprio Rheinmetall ha investito nella britannica Kraken, startup di sistemi navali senza equipaggio. In ballo ha anche una partnership con Anduril, società americana specializzata in nuove tecnologie. L’obiettivo è produrre droni. Software anziché munizioni e carri armati.
L’articolo Perché il riarmo europeo non è un’operazione di riconversione industriale è tratto da Forbes Italia.