Contenuto tratto dal numero di febbraio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
“La Cina batterà gli Usa nella corsa all’IA”. A esprimersi così, a novembre, non è stato un membro del governo cinese, ma Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, colosso statunitense dei chip. A suo avviso, “l’energia elettrica in Cina è gratis”. Il concetto, forse esasperato da Huang, è che i data center, spina dorsale dell’IA, sono altamente energivori e necessitano quindi di una rete elettrica potente, efficiente e a costi bassi. Se i chip sono il cervello dell’intelligenza artificiale, l’elettricità è il sangue: senza di essa, i data center si fermano.
La sfida dell’IA tra Cina e Stati Uniti si gioca, quindi, soprattutto sull’energia. Chi sarà in grado di garantire approvvigionamenti affidabili avrà la meglio. McKinsey ha calcolato che negli Usa l’utilizzo di energia elettrica da parte dei data center ha raggiunto il 4,4% del totale nel 2025, e nel 2030 arriverà circa al 12%. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel 2024 i data center americani hanno consumato 183 Twh, destinati a diventare 426 nel 2030. Già nel 2023 gli investimenti in data center delle big tech avevano superato quelli delle principali compagnie petrolifere. L’elettricità utilizzata dai data center americani sarà pari a quella consumata da 11 milioni di abitazioni.
In Cina, invece, si stima che nel 2026 la domanda di elettricità imputabile ai data center sarà il 6% del totale. La differenza sostanziale tra le due potenze è che la Cina ogni anno aggiunge capacità elettrica pari al consumo della Germania, e in 25 anni l’ha aumentata quasi di dieci volte, mentre quella statunitense è rimasta stabile.
Reti a confronto
Secondo la società di ricerca Wood Mackenzie, negli Usa vari fattori frenano l’aumento della capacità elettrica. In primis il disinvestimento dalle centrali a carbone, poi le politiche energetiche altalenanti e le lungaggini burocratiche che ostacolano lo sviluppo delle rinnovabili. La Cina oggi alimenta i data center per il 70% con elettricità proveniente da centrali a carbone, ma, secondo il China Energy Outlook, entro il 2030 il 60% sarà coperto dal nucleare. Nel paese sono in costruzione 34 reattori nucleari e ne sono stati progettati 200. Così Pechino triplicherà i terawatt generati dal nucleare entro il 2050. Inoltre, nel 2024 la Cina ha generato da sola quasi due terzi della nuova capacità energetica da fonti rinnovabili a livello globale. Per di più, come riporta il Financial Times, la rete elettrica cinese è attrezzata per un afflusso costante di energia in maniera più economica e più ecologica rispetto agli Usa, senza rischi di blackout a breve termine.
La rete statunitense è vecchia, usurata e vulnerabile. Il 55% dei trasformatori di distribuzione è in servizio da oltre 30 anni. A oggi la capacità cinese di generare energia è tre volte quella americana e il divario rischia di ampliarsi, anche grazie al piano cinese del 2021 ‘Eastern data, Western computing’, che prevede di sfruttare le risorse energetiche dell’ovest del paese per soddisfare la domanda di IA della costa est. Una ricerca di Morgan Stanley afferma che la Cina spenderà 560 miliardi di dollari in progetti per potenziare le sue infrastrutture energetiche entro il 2030, e allora avrà circa 400 gigawatt di capacità inutilizzata, mentre gli Usa rischiano un deficit di elettricità di 44 gigawatt.
Un assaggio l’abbiamo avuto in California, a Santa Clara, sede, tra le altre di Nvidia. Qui due grandi data center sono ancora inutilizzati per carenza di energia elettrica. Pechino, consapevole che i chip cinesi sono del 30-50% più energivori dei corrispettivi americani, ha ridotto del 50% il costo delle bollette dei data center in alcuni province del paese. Così facendo, il costo per kilowattora in Cina ha raggiunto i tre centesimi, contro i nove degli Stati Uniti. Più energia, quindi, a un costo nettamente inferiore.
La contraddizione del carbone
In questa maniera Xi vuole superare Washington. Per colmare questo gap di capacità elettrica, Trump ha firmato, ad aprile 2025, misure per espandere l’estrazione e l’uso del carbone, limitato dalla precedente amministrazione democratica. Per il presidente americano i combustibili fossili, ritenuti più affidabili delle rinnovabili, restano prioritari, insieme al nucleare e al geotermico. I tagli ai crediti fiscali del governo Trump all’eolico, al solare e all’idrogeno sono, però, una delle cause della cancellazione, nel 2025, di 1.891 progetti di generazione elettrica, con una capacità combinata di 266 gigawatt, di cui il 93% riferiti a energie rinnovabili.
Le politiche trumpiane stanno dunque ottenendo l’effetto opposto, ostacolando la creazione di nuova capacità elettrica. Le aziende americane stanno investendo in piccoli reattori modulari per generare energia nucleare vicino ai loro data center. Amazon Web Services ha siglato un accordo con Talen Energy per la fornitura di 1.920 megawatt e per sviluppare reattori modulari in Pennsylvania vicino ai suoi data center di Susquehanna.
Una tecnologia che potrebbe essere una svolta è la sperimentazione, in Cina, del primo data center sottomarino, alimentato quasi interamente da turbine eoliche offshore, che sfrutta l’acqua del mare come sistema di raffreddamento naturale. Si stima che in questo modo si possa ottenere una riduzione dei consumi energetici totali del 22,8%, e la percentuale di energia destinata al raffreddamento è un quarto di quella utilizzata dai data center tradizionali. Questo tipo di data center, ideato da Microsoft 15 anni fa, ma poi abbandonato, potrebbe rendere più efficiente – e non di poco – tutto il settore. Investire in diverse fonti di energia e in tecnologia più sostenibile rafforza la strategia di dominio energetico. La sfida del futuro si giocherà sui gigawatt e non sui chip. Chi tra Pechino e Washington riuscirà a generare più energia a costi inferiori controllerà l’IA e il mondo.
L’articolo La guerra dei gigawatt: perché la sfida dell’IA tra Usa e Cina si gioca sulla capacità elettrica è tratto da Forbes Italia.