Con la seconda presidenza Trump negli Stati Uniti, il mondo – come osserva il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta nel volume Il cammino incompiuto dell’Europa: passato, presente e futuro – “non è più multilaterale, ma multipolare: più conflittuale, più fragile, più esposto a tensioni che travalicano i confini nazionali”. Il passaggio dal multilateralismo al multipolarismo ha un significato pieno, tanto per gli effetti geopolitici quanto per le ripercussioni sui sistemi democratici. Tuttavia, la nuova presidenza Trump, scandita da annunci a ripetizione e spesso controversi, sembra orientarsi più verso un bipolarismo sbilanciato a favore degli Usa – anzitutto nei confronti della Cina, e solo in subordine della Russia – che verso un autentico multipolarismo.
Washington tra risorse energetiche e competizione globale
L’ultimo atto unilaterale di politica estera statunitense, culminato nella cattura del presidente venezuelano Maduro (dittatore sanguinario), si inserisce in questa logica: accaparrarsi la gestione dell’immenso patrimonio petrolifero del Venezuela, ed evitare che Russia e soprattutto Cina possano sfruttarlo a prezzi vantaggiosi e in quantità rilevanti.
In questo scenario, la contraddittoria e imbarazzante strategia trumpiana appare ancora più evidente alla luce del crescente interesse globale per l’Artico, area simbolo del cambiamento climatico e, nello stesso tempo, teatro delle ambizioni americane dopo il ritiro dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) e da altre 65 organizzazioni multilaterali. Alla centralità scientifica si sostituisce così una impostazione politica marcata, guidata dall’interesse di parte e del tutto indifferente alle conseguenze del cambiamento climatico. La sorte dell’umanità viene subordinata alla primazia degli interessi strategici americani, protetti da una dimensione securitaria fondata sulla forza militare, e mirata soprattutto a contenere la presenza strutturata della Cina, ma anche della Russia.
Groenlandia al centro della rivalità globale: sicurezza, risorse e unilateralismo statunitense
La posizione del presidente Trump sulla Groenlandia – reclamata come “necessaria” per garantire la difesa militare e il benessere degli americani (mondo Maga) – riporta l’Artico al centro della nuova competizione geopolitica mondiale, riattivando lo scontro su sovranità, sicurezza e controllo delle rotte e delle risorse. La Groenlandia ha di fatto intimato che “sarà nelle mani degli Usa, nessun’altra soluzione è accettabile”. L’unilateralismo trumpiano ignora totalmente gli effetti di tale postura su un paese sovrano come la Danimarca, membro della Ue e della Nato, come pure si disinteressa delle conseguenze ambientali, coerentemente con l’uscita dagli organismi multilaterali dell’Onu dedicati alla valutazione scientifica del clima.
Il vertice del 14 gennaio tra i diplomatici di Groenlandia e Danimarca e il vicepresidente statunitense JD Vance e il segretario di stato Marco Rubio, definito “franco ma costruttivo”, si è limitato a confermare le mire americane sull’isola. Nel corso del summit, Trump ha ribadito: “Abbiamo bisogno della Groenlandia”. La prospettiva di una sua acquisizione anche per via militare ha destato forte preoccupazione in Europa. Giusta la condanna “inequivocabile” del Parlamento europeo, discutibile invece l’invio di soldati alleati da parte di alcuni stati in un contesto segnato da una Nato sempre più declinante.
Europa sotto pressione: difesa comune e spese militari fronte ambizioni Usa
L’Europa – anche con la spinta dell’Italia – dovrebbe cogliere le implicazioni delle evoluzioni politico-strategiche statunitensi: da un lato, ricercare una nuova solidarietà per far emergere una politica comune di difesa capace di impedire l’esproprio della Groenlandia alla Danimarca; dall’altro, decidere chiaramente da che parte stare di fronte alle preoccupanti sortite di Trump, non solo sul piano militare, evitando di nascondere la testa sotto la cenere.
Il bipolarismo sbilanciato perseguito da Trump nei confronti della Cina si esprime nell’intervento in Venezuela e nella dissennata caccia alla Groenlandia, operazioni volte a subordinare l’Occidente agli interessi politici ed economici propri e dei suoi stretti sostenitori (in primis la finanza americana). Tale strategia si traduce in un forte incremento della spesa militare mondiale. Non è casuale che, attraverso una serie di post su Truth, Trump abbia chiesto un aumento di 500 miliardi di dollari della spesa annuale della difesa – già arrivata a un trilione – e imposto ai paesi dell’Ue un incremento della spesa Nato al 5% del Pil, per una cifra complessiva di circa 800 miliardi annui.
Militarizzazione e unilateralismo: crescita effimera e rischi globali
La militarizzazione dell’economia può produrre effetti positivi sul Pil solo nella fase iniziale; nel medio periodo, in assenza di guerre, tali effetti si dissolvono, lasciando scoperte le illusioni di crescita industriale, occupazionale e sociale. Il riarmo fine a sé stesso non esiste: la storia insegna che esso è sempre stato seguito da guerre, distruzioni, morti e miserie.
L’isolazionismo americano – connotato da un bipolarismo sbilanciato e destinato a innescare una rincorsa mondiale all’aumento della spesa militare per contenere l’espansione economico-politica cinese e per rendere l’America “Mega” – si combina perfettamente con l’uscita dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e con l’ordine esecutivo che ritira gli Stati Uniti da 65 organismi e trattati internazionali sotto l’egida Onu.
Questa strategia consente a Trump di agire a suo piacimento tanto sul piano esterno quanto su quello interno. È all’interno di questa postura che si inserisce anche la scelta del ministro della Sanità Robert Kennedy di invertire bruscamente la rotta alimentare del paese più obeso al mondo – con il 35% della popolazione ben oltre i limiti patologici – proponendo una piramide alimentare rovesciata rispetto al modello mediterraneo, basata su latte intero, formaggi stagionati e soprattutto bistecche. Un modo, forse, per guadagnarsi le simpatie della lobby della carne.
L’articolo Isolazionismo e militarizzazione, tra Groenlandia e Venezuela: come la politica di Trump sta rimodellando il potere globale è tratto da Forbes Italia.