I tre pilastri dell’Esg, Environmental, Social e Governance, possono sembrare a prima vista più programmatici che concreti. Eppure, tra normative sempre più stringenti e attenzione crescente dei mercati, l’industria finanziaria non può rimanere immobile. Ma come si trasforma un obbligo normativo in una leva strategica?
Ne parliamo con Marco Boldini, ceo di Hamilton Court Sim, in vista dei Forbes Professionals & Legal Days, l’appuntamento di riferimento per il mondo legale, imprenditoriale e corporate. Due giornate di confronto ad alto livello dedicate all’evoluzione della professione e alle grandi trasformazioni che stanno ridefinendo il mercato, tra cui Esg e sostenibilità.
Partiamo dalle basi: perché i criteri Esg sono diventati così rilevanti per le società finanziarie vigilate?
Per una società vigilata, i criteri Esg hanno un impatto diffuso su tre piani distinti ma interconnessi: conformità, rischio e competitività.
Sul piano della conformità, il quadro normativo europeo ha progressivamente “stretto le maglie” su questi fattori, rendendo i processi decisionali, i presidi organizzativi e le logiche di trasparenza verso il mercato e la clientela elementi chiave per le aziende finanziarie.
Sul piano del rischio, è ormai evidente che la gestione dell’Esg avrà effetti sulla qualità del servizio prestato dagli intermediari finanziari: dalla continuità operativa alla sostenibilità dei modelli di business, anche in considerazione dell’evoluzione tecnologica e dei nuovi prodotti che il mercato offre o offrirà nei prossimi anni. Sul piano competitivo, partner, clienti e investitori si aspettano oggi evidenze concrete e documentate: non solo sulla compliance con l’Esg, ma anche sui piani futuri.
Nel concreto, quali vantaggi competitivi può generare una reale integrazione dei fattori Esg?
Sono molti, ma ne segnalerei principalmente tre. Il primo è la capacità di anticipare i rischi. Un intermediario che integri in modo compiuto i fattori Esg tende ad avere una visione più completa della vulnerabilità delle controparti e delle trasformazioni del contesto in cui opera: un vantaggio predittivo nel medio periodo. Il secondo è la qualità della governance interna. Trattare seriamente le tematiche Esg obbliga gli intermediari a chiarire responsabilità, metriche, flussi informativi e criteri decisionali, favorendo il principio dell’accountability. Il terzo è la credibilità sul mercato. Oggi la fiducia non si costruisce più esclusivamente attraverso la performance economico-finanziaria, ma attraverso la coerenza tra prodotti offerti, processi decisionali e attenzione all’Esg. Una leva di differenziazione reale, a patto che esca dalle logiche promozionali e diventi aderenza concreta ai valori che la normativa richiede.
L’approccio all’Esg cambia tra settore finanziario e altri comparti economici?
La differenza principale è che nel settore finanziario l’Esg ha una dimensione sistemica, non diretta. Un’impresa industriale misura la propria sostenibilità attraverso l’impatto delle proprie attività produttive. Un soggetto finanziario vigilato, invece, considera l’impatto che genera attraverso le scelte di allocazione del capitale e di investimento. Questo fa del settore finanziario un potenziale moltiplicatore della transizione dell’economia reale. Ma vale anche il contrario: se non orienta correttamente le proprie scelte, può rallentare la circolazione di prodotti e capitali in modo sistemico. C’è poi una seconda differenza: il settore finanziario opera in un contesto regolatorio e di vigilanza molto più strutturato rispetto a quello industriale, con aspettative precise in termini di tracciabilità e verificabilità dei dati. Quel rigore regolatorio che fino a qualche anno fa sembrava un mero obbligo di compliance è diventato oggi un elemento intrinseco per chi voglia operare seriamente sul mercato.
Nei prossimi anni l’Esg resterà un tema distintivo o diventerà parte ordinaria del fare business?
Diventerà sempre meno un’etichetta separata e sempre più una componente ordinaria della gestione. La fase iniziale fu segnata da una forte spinta regolamentare, con un focus sulla disclosure. La fase che stiamo già vivendo è più selettiva: meno dichiarazioni generiche, più attenzione alla qualità dei dati, alla misurabilità degli obiettivi e alla capacità di dimostrare effetti concreti nei processi decisionali.
Mi aspetto anche un’evoluzione comparativa tra operatori. Emergerà una distinzione più netta tra chi ha integrato davvero i fattori ESG nei modelli di governance e chi li ha trattati come un mero adempimento. Il vero discrimine non sarà la sensibilità alla sostenibilità. Sarà dimostrare come quella sensibilità modifica concretamente le politiche di remunerazione, i criteri di investimento, la selezione delle controparti e la costruzione di valore nel tempo.
L’articolo Esg, da obbligo normativo a leva strategica: come cambia la finanza vigilata oggi è tratto da Forbes Italia.