24 Giugno 2026

Dai borghi alle città d’arte: così i festival musicali alimentano economia, talenti e territori

Contenuto tratto dal numero di giugno 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Ogni estate, dalle Alpi alle colline senesi, dai palazzi pugliesi alle piazze umbre, oltre 100 festival di musica classica irrorano città d’arte, borghi e paesaggi. Non hanno i budget dei grandi appuntamenti europei, come i festival di Verbier, Salisburgo o Lucerna, ma contribuiscono a raccontare il modello economico italiano.

Si tratta, a tutti gli effetti, di pmi culturali: realtà snelle, ad alta intensità di capitale umano e reputazionale. Il valore non si concentra in un’unica area, ma viene distribuito lungo l’intero territorio nazionale. L’egemonia di pochi colossi, insomma, lascia il posto alla somma di molte eccellenze. Qui si rispecchia l’Italia dei distretti, delle filiere, delle aziende familiari capaci di competere globalmente grazie ad alta specializzazione e inventiva.

Un caso emblematico è il Festival della Valle d’Itria, a Martina Franca (Ta), ora condotto da Silvia Colasanti: un modello di nicchia premium, celebre per la riscoperta di opere rare. Il Monteverdi Festival di Cremona ha costruito un brand territoriale attorno alla figura di Claudio Monteverdi e alla tradizione liutaria locale, con circa seimila spettatori e un impatto economico stimato intorno ai 400mila euro. Il Cacciaconti Music Festival, tra Trequanda e Radicofani (Si), esplora territori ancora protetti dall’overtourism.

Fatta astrazione di realtà come l’Arena Opera Festival di Verona (35 milioni di incassi da biglietteria e capienza da 12mila persone al giorno), il festival italiano tipico ha una struttura snella, un budget limitato rispetto agli standard internazionali, una forte identità territoriale, una rete di sponsor locali, management agile. Produce molto con poco. E soprattutto lavora su un asset che non sempre si trova altrove: il contesto. Perché un concerto nella Val d’Orcia non è solo un concerto: è paesaggio, è bellezza rinascimentale, è esperienza enogastronomica, è turismo di fascia alta, come fin dal nome ci ricorda la rassegna Paesaggi Musicali Toscani diretta da Eleonora Contucci. Una serata al Teatro Farnese di Parma, diretto dal violinista Fabio Biondi, si fregia dell’unicità di un palcoscenico tra i più spettacolari d’Europa. Nessun altro paese può offrire, con la stessa densità, palcoscenici come i teatri storici italiani, i borghi collinari, le piazze rinascimentali.

Altro tratto tipicamente italiano riguarda l’origine stessa di molti festival: non progetti calati dall’alto, ma iniziative di visionari, artisti, mecenati, amministratori illuminati, famiglie radicate. Il Festival dei Due Mondi di Spoleto fu il sogno cosmopolita di Gian Carlo Menotti, che trasformò una cittadina umbra in un crocevia internazionale. Il Rossini Opera Festival di Pesaro nacque dalla determinazione di Gianfranco Mariotti, che comprese come un compositore potesse diventare volano industriale e identitario. Il Ravenna Festival è cresciuto su sprone di Cristina Mazzavillani Muti, mentre Classiche Forme, a Lecce, ruota intorno al prestigio internazionale della pianista Beatrice Rana.

L’Accademia Chigiana di Siena, ora capitanata da Nicola Sani, nacque dalla munificenza del conte Guido Chigi Saracini, così come lo Stresa Festival è il frutto dello slancio di Italo Trentinaglia de Daverio. Quanto alle famiglie storicamente legate ai luoghi, il pensiero corre ai Contucci, antica dinastia di Montepulciano: Eleonora Contucci apre il palazzo di famiglia, affrescato da Andrea Pozzo, per concerti-salotto d’altri tempi. Questi fondatori, ieri come oggi, agiscono da imprenditori: raccolgono risorse, costruiscono brand, curano relazioni internazionali, selezionano talenti e fidelizzano il pubblico.

Il grande equivoco è considerarli eventi accessori. In realtà sono infrastrutture economiche leggere, capaci di attivare filiere locali e generare turismo qualificato. Ogni festival produce domanda per ospitalità, ristorazione, servizi tecnici e culturali, e contribuisce ad aumentare permanenza media e qualità della spesa turistica.

Nel caso di Umbria Jazz – per uscire dal contesto della musica classica – gli studi di impatto mostrano da anni un moltiplicatore economico rilevante: ogni euro speso dall’organizzazione ne genera tre. L’Arena di Verona produce un indotto economico che sfiora i 2 miliardi (così Nomisma). E vedremo cosa accadrà con il cartellone estivo del Teatro dell’Opera di Roma al Circo Massimo, altro patrimonio archeologico che diventa infrastruttura contemporanea dello spettacolo.

Molti festival sono anche incubatori di talento. L’Accademia Chigiana di Siena continua a formare musicisti, mentre rassegne come Nume, a Cortona (Ar), rispondono a una strategia di posizionamento del luogo: scegliendo di unire masterclass di alto livello e concerti, trasformano la città in campus globale. Resta un punto critico: la fragilità finanziaria. Queste strutture dipendono da un equilibrio delicato tra fondi pubblici, sponsor e biglietteria. Sono imprese culturali a tutti gli effetti, ma spesso senza la solidità patrimoniale delle imprese tradizionali.

La questione, quindi, non è se finanziare la cultura, ma se considerarla un asset strategico o una voce di spesa. Nel primo caso, i festival diventano motori di sviluppo; nel secondo, restano vulnerabili.

L’articolo Dai borghi alle città d’arte: così i festival musicali alimentano economia, talenti e territori è tratto da Forbes Italia.