di Andrea Rurale, lecturer del Dipartimento di Marketing presso l’Università Bocconi
La cancellazione, dal decreto Pnrr, della norma che avrebbe introdotto una sorta di ‘scudo’ per gli imprenditori rispetto alle rivendicazioni dei lavoratori sottopagati non è una questione per addetti ai lavori. Non riguarda solo giuristi o tecnici del diritto del lavoro. Riguarda il modo in cui, come Paese, decidiamo di distribuire i rischi e le responsabilità nei sistemi produttivi. E riguarda, soprattutto, settori già fragili, come quello della cultura e delle imprese creative.
L’idea alla base di quella norma era semplice: limitare la responsabilità dei datori di lavoro nel caso in cui i salari risultassero non adeguati. Anche solo ipotizzare una protezione di questo tipo segnala un problema profondo: si tenta di ‘alleggerire’ il rischio per le imprese in un contesto in cui il rischio è già ampiamente scaricato sui lavoratori. In un sistema equilibrato, il rischio dovrebbe essere condiviso. In molti settori italiani, invece, accade il contrario: l’incertezza economica, progettuale e organizzativa pesa quasi interamente su chi lavora.
Il paradosso del lavoro culturale tra valore sociale e precarietà
Questo squilibrio diventa ancora più evidente nel mondo della cultura. Musei, teatri, fondazioni, festival, associazioni culturali, startup creative: sono realtà che producono valore per i territori, per l’immagine del Paese, per il turismo, per la qualità della vita. Eppure, gran parte di questo valore poggia su un lavoro spesso poco tutelato, discontinuo, sottopagato. Il settore culturale è uno dei luoghi in cui il lavoro è più frequentemente giustificato come ‘vocazione’, ‘passione’, ‘opportunità di visibilità’.
Qui nasce uno dei grandi equivoci: l’idea che lavorare nella cultura sia un privilegio che può compensare condizioni economiche deboli. In molti casi, a chi lavora viene chiesto di accettare compensi bassi o addirittura assenti in cambio di esperienza, relazioni, reputazione. La passione diventa così una leva per abbassare il costo del lavoro. Ma la passione non paga l’affitto, non garantisce continuità di reddito, non costruisce sicurezza.
Il risultato è un sistema strutturalmente fragile. La ‘cultura non pagata’ non è un incidente, ma una componente ricorrente del funzionamento del settore. Il rischio economico dei progetti, la precarietà dei finanziamenti, l’incertezza delle politiche pubbliche si traducono in instabilità per chi lavora. Le istituzioni, al contrario, riescono spesso a capitalizzare il valore simbolico: prestigio, riconoscimento pubblico, posizionamento nel territorio. Il valore resta in alto, il rischio scende in basso.
Quando il volontariato rischia di sostituire il lavoro professionale
In questo quadro si inserisce un effetto collaterale spesso sottovalutato: la tensione latente tra lavoro professionale nella cultura e volontariato. Il volontariato rappresenta una risorsa civica preziosa, ma quando il sistema non garantisce condizioni di lavoro adeguate, il suo utilizzo rischia di essere percepito come sostitutivo del lavoro retribuito. Ne deriva una competizione impropria tra forme diverse di impegno, che non nasce da una contrapposizione reale tra lavoratori e volontari, ma da carenze strutturali nel riconoscimento del valore del lavoro culturale. Due risorse del Paese – il lavoro professionale e l’impegno volontario – vengono messe in contrapposizione, invece di essere riconosciute come complementari.
Quando si propone una norma che riduce la responsabilità delle imprese verso i lavoratori sottopagati, questo squilibrio viene ulteriormente accentuato. Un sistema già debole viene reso ancora più vulnerabile. Non si rafforzano le condizioni di chi lavora, ma si alleggerisce la posizione di chi ha più potere contrattuale. È un messaggio chiaro: la priorità non è mettere in sicurezza il lavoro, ma proteggere chi organizza e gestisce l’attività economica.
Partnership pubblico-private e il nodo irrisolto del lavoro culturale
Questo ha conseguenze dirette anche sul rapporto tra pubblico e privato nella cultura. Si parla spesso di partnership pubblico-private come soluzione alla scarsità di risorse. Ma se il lavoro resta fragile, queste partnership rischiano di poggiare su basi instabili. Il pubblico garantisce cornici e legittimazione, il privato ottiene ritorni di immagine e valore simbolico, mentre il lavoro resta la variabile di aggiustamento. In questo modo, la collaborazione non diventa investimento sul sistema, ma utilizzo di un capitale umano sottopagato.
Se vogliamo davvero che la cultura sia una risorsa strategica per il Paese, non possiamo continuare a costruirla sulla fragilità di chi ci lavora. Le norme sul lavoro non sono un dettaglio tecnico: definiscono quale modello di sviluppo stiamo scegliendo. Proteggere meno il lavoro in settori già deboli significa rendere quel sistema ancora più precario, meno attrattivo per i giovani, meno sostenibile nel lungo periodo.
La vera domanda, allora, non è se le imprese vadano “aiutate” o “protette”. La domanda è se vogliamo continuare a far funzionare pezzi importanti del nostro sistema culturale scaricando il rischio su chi lavora. Perché un sistema che cresce sulla precarietà non costruisce futuro: consuma capitale umano. E prima o poi ne paga il prezzo.
L’articolo Cultura, lavoro e responsabilità: perché un sistema che scarica il rischio sui lavoratori non può costruire futuro è tratto da Forbes Italia.