Contenuto tratto dal numero di febbraio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Luca Bombassei non è solo un architetto e un designer, con una dichiarata passione per il collezionismo (“il mio vizio”, dice). È una figura trasversale che affronta il progetto con piglio imprenditoriale, all’incrocio tra estetica, fattibilità e visione industriale. La recente consacrazione internazionale – l’inclusione tra i designer di punta selezionati da Ad e la candidatura al Compasso d’Oro – non ha cambiato il suo approccio. Semmai lo ha reso più visibile.
“È un momento particolare”, racconta. “Ti rendi conto di come spesso lavori a un progetto in modo meditato, profondo e una narrazione inadeguata o superficiale rischia di non restituirne la vera essenza. Altre volte, invece, basta un attimo perché un progetto diventi qualcos’altro, attraverso un racconto consapevole che ne amplia il senso”.
Un riconoscimento che fa piacere, ammette, ma che porta con sé anche una certa ambivalenza. “A volte è spiazzante. Ti carica di responsabilità che non senti tue”. Spiazzante, semmai, è il suo profilo: quello di un progettista completo, in grado di presidiare ogni fase del progetto, dalla concezione alla realizzazione. Un lavoro di precisione sartoriale che rifiuta la spettacolarizzazione e che trova nelle dimore storiche il suo terreno più naturale.
Ne è prova la sua abitazione veneziana: 600 metri quadrati in un palazzo cinquecentesco affacciato sul Canal Grande, dove un Canaletto convive con le opere di Vezzoli. Tra pannelli di fine XIX secolo, ritratti ottocenteschi dei procuratori di Venezia dialogano con Parete blu, verso il cobalto di Ettore Spalletti.
Il suo metodo è da laboratorio, più che da atelier glamour. “Il mio modo di progettare è artigianale nel senso più profondo: si lavora, si prova, si sbaglia, si corregge”. Su questa dimensione si innesta però un dna imprenditoriale che Bombassei rivendica. Non come eredità da replicare, ma come strumento critico. È cresciuto a pane e impresa: è figlio di Alberto Bombassei, fondatore di Brembo, leader mondiale nei sistemi frenanti, e ideatore del Kilometro Rosso, oggi uno degli ecosistemi dell’innovazione più rilevanti in Europa.
Il lavoro di Luca Bombassei si muove lungo questo asse, tra lo studio di Milano e il Kilometro Rosso di Bergamo, in un dialogo costante tra progetto, impresa e ricerca. Essere architetto, per lui, significa anche saper parlare il linguaggio dell’impresa. “Vuol dire conoscere i costi, i tempi, i vincoli normativi. Vuol dire sapere se un’idea può stare in piedi”. Una posizione che lo avvicina più a certi modelli industriali del Novecento che all’architettura spettacolare contemporanea. Non a caso il modello d’imprenditore che ha in mente è quello di Adriano Olivetti: “Un caso irripetibile. Non un mito da celebrare, ma un modello operativo che resta ancora oggi un riferimento unico”.
Bombassei siede nel consiglio di amministrazione del Kilometro Rosso e ne segue anche la direzione artistica, con il compito di garantire coerenza tra i nuovi interventi e l’impianto originario disegnato da Jean Nouvel. “Il mondo è cambiato, ma quell’idea architettonica continua a funzionare. Il nostro lavoro è attualizzarla senza tradirla”. Un esercizio di equilibrio che richiede cultura progettuale, ma anche capacità di governance e una chiara assunzione di responsabilità nei confronti di un’eredità architettonica complessa.
La contaminazione è la cifra dominante del suo lavoro. Al Kilometro Rosso convivono istituti di ricerca, startup, grandi gruppi industriali, decisori pubblici. “È un confronto continuo. Un ottovolante intellettuale”. La stessa logica vale per il suo studio, che funziona come un organismo flessibile: le squadre cambiano in base ai progetti, le competenze si aggregano in modo non gerarchico. “È l’unico modo per affrontare temi molto diversi, dall’edificio industriale al palazzo storico”.
Accanto alla progettazione, Bombassei ha maturato anche un’esperienza significativa nel campo della cultura, ad esempio attraverso i suoi anni da presidente di Venice Foundation, associazione per la tutela del patrimonio storico veneziano. “Mi ha insegnato quanto sia importante valorizzare il passato senza musealizzarlo. La cultura per me non è una produzione simbolica: è la gestione di un patrimonio inestimabile, ma retto da equilibri delicati”. E poiché “la storia non è un vincolo paralizzante, ma un materiale vivo, non tutto ciò che si perde è necessariamente un male. Il problema è quando non riusciamo più ad affrontare il cambiamento”.
Il tema degli spazi dismessi è centrale: ex fabbriche, edifici pubblici inutilizzati, patrimoni bloccati da iter lunghi e incerti. “Servirebbero risposte più rapide e più chiare. Oggi la lentezza spesso rende un progetto obsoleto prima ancora che inizi”. Una criticità che pesa soprattutto nei rapporti con gli investitori internazionali, abituati a tempi decisionali molto diversi e a una maggiore chiarezza di ruoli e responsabilità.
Tre sono le città che sente più vicine: Milano, dove ha casa e studio; Bergamo, dove è nato e opera; Venezia, la città delle sue radici, dove è tornato. Milano è il lavoro e la contemporaneità. Bergamo è la concretezza, la misura. Venezia è la stratificazione, la lezione continua: “Un manuale di architettura a cielo aperto”. Non un modello replicabile, ma un sistema di dialogo continuo tra storicità e contemporaneità da interpretare. Non a caso cita Carlo Scarpa come esempio perfetto di questo dialogo.
Se potesse scegliere un intervento simbolico, guarderebbe a Bergamo, all’edificio di piazza della Libertà di Alziro Bergonzo: “Un luogo architettonicamente forte ma irrisolto, che potrebbe essere liberato dal suo passato e restituito alla città come spazio culturale”. Non cancellare, ma trasformare attraverso un progetto che restituisca senso e funzioni.
È un esteta e un collezionista seriale. L’ultima opera acquistata è “una fotografia vista alla mostra di Wolfgang Tillmans al Centre Pompidou, un colpo di fulmine”. Ama i gesti coraggiosi e radicali, come quello di questo centro culturale parigino: “Svuotare uno spazio in vista della sua ristrutturazione e trasformarlo in un evento culturale è un atto che genera pensiero. Non un gesto effimero, ma un dispositivo capace di attivare nuove letture”.
Così è entrata nella sua collezione un’opera di Tillmans. Ma al fondo resta il pragmatismo bergamasco. “Penso subito alla fattibilità, ai costi, alle regole”. È questa razionalità, dice, a bilanciare la sua anima più veneziana, istintiva e artistica. Una tensione continua che diventa il vero motore dei suoi progetti e ne garantisce la tenuta nel tempo.
In un’epoca votata all’iper-specializzazione, che tende a separare creatività e impresa, Bombassei dimostra che l’architettura può essere ancora un luogo di sintesi. E che pensare come un imprenditore non significa rinunciare alla qualità, ma darle una struttura capace di durare più a lungo del ciclo economico e, forse, del suo stesso autore.
L’articolo Creatività senza freni: estetica, fattibilità e visione industriale secondo Luca Bombassei è tratto da Forbes Italia.