La Borsa intesa come luogo di scambio commerciale nasce nel XIII-XIV secolo a Bruges, in Belgio, nel palazzo della nobile famiglia di mercanti Van der Beurse. Oggi, quei luoghi attirano non solo turisti e capitali ma anche istituzioni culturali, curatori e collezionisti. Così, mentre a Gand è appena stata inaugurata Unforgettable, mostra nata in collaborazione con il National Museum of Women in the Arts di Washington che riunisce donne artiste da Anversa a Amsterdam (visitabile fino al 31 maggio), l’8 maggio a Bruges apre al pubblico il nuovo centro per l’arte contemporanea della città, il Brusk, destinato a ospitare grandi mostre temporanee di respiro internazionale.
Nel cuore delle Fiandre sta emergendo una nuova stagione culturale che fa dialogare il patrimonio storico con una rilettura dell’arte e del suo canone. Ecco che due iniziative parallele a Bruges e Gand raccontano bene questa trasformazione: da un lato una grande mostra appena inaugurata che ridà visibilità a pittrici dimenticate della storia dell’arte, dall’altro l’apertura di un nuovo polo dedicato all’arte contemporanea.
Tra mercato dell’arte e dinamiche sociali
A Gand, il Museum of Fine Arts attraverso la mostra Unforgettable restituisce voce a 40 artiste donne che, tra il 1600 e il 1750, hanno svolto un ruolo fondamentale nella vita artistica dei Paesi Bassi, conosciute all’epoca, ma oscurate nel tempo da un panorama maschile tratteggiato dai nomi di Rembrandt, Rubens, van Dyck. Fino al 31 maggio è dunque visibile un percorso che mette in discussione l’idea consolidata di un’età dell’oro dominata esclusivamente da figure maschili, restituendo invece l’immagine di un buon numero di presenze femminili capaci di incidere sull’economia artistica, sociale e simbolica del loro tempo.
La mostra Unforgettable, a cura di Frederica Van Dam, è quindi la prima grande retrospettiva interamente dedicata al ruolo e al significato delle donne nell’arte del Seicento, in particolare per la regione del Belgio e dei Paesi Bassi, spaziando dai dipinti alle stampe, dalle sculture ai tessuti. L’esposizione include nomi come Judith Leyster, Alida Withoos, Clara Peeters, Johanna Koerten-Block, Rachel Ruysch, Geertruydt Roghman, Anna Maria van Schurman, Maria Faydherbe, Margareta de Heer, Johanna Vergouwen, Josina Margareta Weenix e Maria Sybilla Merian. Dalla raffinatezza dei merletti alle nature morte, dagli studi scientifici alla ritrattistica più intima, dove ritratti e autoritratti mostrano come le artiste costruissero la propria immagine pubblica, con padronanza tecnica e intelligenza di mercato.
La mostra ricostruisce le loro traiettorie biografiche e artistiche, mostrando come il capitale culturale e sociale delle famiglie abbia reso possibile la loro formazione, ma non sia stato sufficiente a garantire una permanenza nella memoria collettiva dell’arte europea. Il risultato è un percorso che unisce mercato dell’arte, dinamiche di genere e storia sociale. Le artiste di ceto medio, per esempio, crescevano spesso in botteghe familiari, contribuendo alla continuità dell’attività, ma firmando le opere solo dopo la scomparsa di un parente uomo. Per le classi più umili, come le merlettaie anonime, la visibilità restava quasi impossibile, pur essendo il loro lavoro essenziale per l’economia tessile.
Un ponte tra storia dell’arte e contemporaneità
A pochi chilometri di distanza, a Bruges, città universalmente associata ai maestri fiamminghi e alla pittura medievale, il nuovo Brusk segna un cambio di passo. Il centro, progettato per affiancare i musei storici della città, nasce con l’obiettivo di portare nelle Fiandre una piattaforma internazionale per l’arte contemporanea. La scelta di Bruges non è casuale. Negli ultimi anni la città ha lavorato per uscire dall’immagine di “museo a cielo aperto” per costruire un ponte tra la storia dell’arte e gli esiti più attuali della ricerca artistica. Con il Brusk, Bruges punta a inserirsi nel circuito europeo delle città che affiancano alla tutela del patrimonio storico un’offerta culturale contemporanea capace di attirare un pubblico internazionale.
L’idea è di importare un modello già consolidato altrove, in città come Berlino, Amsterdam, Vienna, dove concentrare più realtà culturali in un quartiere della città si è rivelata vincente. Progettato dagli studi Robbrecht and Daem Architects e Olivier Salens Architects, in armonia con il paesaggio che lo circonda, si articola su due livelli: al piano terra ci sono le aree conviviali, bar e bookshop mentre al primo piano due grandi sale espositive.
La programmazione inaugurerà con due mostre: Latent City (dall’8 maggio all’8 novembre 2026) che è il debutto in Belgio di Refik Anadol con una personale. L’artista turco-americano, pioniere nell’arte digitale e noto in per le sue installazioni immersive basate sull’intelligenza artificiale, realizza una nuova opera generata dalle reti medievali alle architetture, alle collezioni d’arte locali di Bruges e pensata per esplorare le relazioni tra esseri umani e sistemi digitali. E ancora Bigger Picture (fino al 6 settembre 2026): una rilettura del periodo medievale di Bruges attraverso un percorso in cinque capitoli a cura dello storico inglese Peter Frankopan, professore dell’università di Oxford. La mostra esporrà prestiti in arrivo da importanti musei internazionali e dalla collezione del Musea Brugge.
Letti insieme, i due eventi raccontano una tendenza più ampia: il tentativo delle istituzioni culturali europee di ripensare il proprio ruolo. Da una parte investendo sul contemporaneo per rimanere rilevanti nel circuito internazionale dell’arte; dall’altra rivedendo criticamente la storia dell’arte, riportando alla luce figure e narrazioni rimaste ai margini.
L’articolo Così tra Bruges e Gand si riscrive il rapporto tra tradizione e contemporaneo è tratto da Forbes Italia.